
09/09/21
Ghee, il burro chiarificato considerato un elisir di vita dalla medicina ayurvedica

30/07/21
Kombucha: cos'è, benefici e come prepararlo
Il Kombucha è una bevanda fermentata parente di birra, vino, kefir d’acqua, kvas e tepache – ma anche di tanti altri alimenti fermentati come yogurt, kefir, kimchi, crauti e tempeh – ricchissima di proprietà benefiche per il nostro organismo. Il Kombucha è infatti un importante alimento ricco di batteri “amici”, antiossidanti, polifenoli e vitamine del gruppo B. È inoltre un ottimo alleato nella depurazione di fegato e sangue e ideale per rafforzare il sistema immunitario.
La preparazione del Kombucha consiste nel far fermentare tè zuccherato con una particolare coltura di lieviti e batteri nominata SCOBY.
Questa bevanda fermentata al tè ha una lunghissima tradizione alle spalle, viene infatti bevuta da oltre duemila anni in Oriente, e oggi è diventata famosa anche in Occidente in quanto ricchissima di benefici e proprietà diventando una bevanda ricercatissima in molte nazioni.
Negli Stati Uniti il Kombucha è ormai diffusissimo e pian piano sta facendosi largo anche in Europa (Inghilterra in primis) e in Italia.
COS’È IL KOMBUCHA?
Iniziamo la nostra mini-guida spiegando cos’è il Kombucha. Si tratta una “bevanda viva” a base di tè, leggermente frizzante, con pochi zuccheri e ricca di proprietà benefiche che si ottiene dalla fermentazione di tè zuccherato attraverso lo SCOBY, una particolare coltura di batteri e lieviti nostri amici. Viene annoverato tra i cibi alleati del nostro organismo come una bevanda funzionale proprio grazie ai suoi tantissimi benefici.
Il Kombucha è infatti una ricca di batteri in grado di rafforzare la nostra flora intestinale, antibatterica, antiossidante, energizzante, depurativa e alcuni sostengono addirittura che migliori l’umore.
Attenzione a non confonderlo con il Konbucha però. In molti fanno l’errore di confondere il kombucha con il Konbucha che invece è un’alga marina – di nome Konbu – che viene spesso utilizzata come tè o in cucina.
Viene inoltre chiamata in tante maniere diverse, spesso improprie. Molti infatti utilizzano in maniera errata il termine “kambucha”, oppure “fungo di kombucha” o “fungo del tè”.
BEVANDA FERMENTATA A BASE DI TÈ CHIAMATA ELISIR DI LUNGA VITA
Noto anche come Kombucha Tea o Tè Fermentato, il Kombucha si ottiene dalla fermentazione del tè zuccherato – indistintamente dalla tipologia: può essere preparato infatti con tè verde, tè nero, tè bianco e persino con il mate o nella sua variante kombucha di caffè – attraverso una coltura di lieviti e batteri chiamata SCOBY, acronimo di Symbiotic Culture of Bacteria and Yeast (Coltura simbiotica di batteri e lieviti).
Esattamente come per birra e vino i lieviti contenuti nello SCOBY consumano lo zucchero che viene aggiunto al tè producendo anidride carbonica e alcol, in una percentuale minima, solitamente inferiore allo 1%.
I cibi fermentati e le bevande fermentate sono generalmente note per le proprie proprietà benefiche, ma perché? Il processo di fermentazione esiste da quanto esiste la vita sulla terra, si tratta dello stesso processo che l’ecosistema in cui viviamo utilizza per “digerire” – trasformare – materia organica complessa in singole molecole. Per capire quanto i cibi e le bevande fermentate come il Kombucha siano utili al nostro organismo, basta pensare a milioni di microrganismi che svolgono al posto nostro il faticoso compito di digerire, rompendo legami chimi complessi tra le molecole, in legami semplici e liberando vitamine, minerali e altri nutrienti.
CHE SAPORE HA IL KOMBUCHA?
Uno degli aspetti che maggiormente incuriosisce le persone che si avvicinano a questo mondo è di certo il sapore del kombucha. Una premessa importante da fare è che nonostante si tratti di un tè fermentato, non ha il sapore del tè, o perlomeno non è il sapore predominante.
Il kombucha ha un sapore frizzantino, leggermente acidulo, ma mai sgradevole. Nelle varianti non troppo aromatizzate ricordano il sidro di mele, ad alcuni persino il prosecco e lo champagne.
Il sapore del Kombucha cambia molto a seconda dei giorni di fermentazione, del tipo di tè utilizzato e dalle aromatizzazioni. Normalmente è una bevanda piacevole al gusto, rinfrescante che si presta anche come ingrediente di cocktail alcolici e analcolici.
UN PIZZICO DI STORIA
Quando si sente parlare di Kombucha può sembrare alla maggiorate delle persone che si tratti di una nuova bevanda super genuina comparsa chissà come e chissà da dove. Non è così.
Il Kombucha ha una storia millenaria e un po’ misteriosa composta da miti e storie che si intrecciano tra loro e che non chiariscono definitivamente dove e quando se ne sia bevuto il primo sorso. Abbiamo raccolto alcune delle testimonianze più note per fare un po’ di chiarezza a riguardo della storia e delle origini del Tè Kombucha.
La storia dell’imperatore Qin Chi Huangdi
Qin Chi Huangdi fu il primo imperatore della Cina unificata dal 247 al 221 A.C. Durante la vecchiaia Qin Chi iniziò ad essere ossessionato dal pensiero dell’immortalità al punto di affidarsi a un alchimista che preparò per lui una bevanda, nominata “elisir di lunga vita”: il kombucha. Qin Chi morì dopo diversi anni di passione per il Kombucha, dopo aver ingerito delle pillole contenenti mercurio, nella speranza che lo rendessero immortale.
Il mito del Dr. Kombu e dell’imperatore giapponese
Si racconta che durante il quinto secolo avanti Cristo, un dottore Koreano di nome Kombu-ha-chimu-kami-ki-mu, meglio noto come Dr. Kombu, fu chiamato dall’imperatore giapponese, ormai prossimo alla morte per essere guarito. Dr. Kombu preparò un elisir per l’imperatore che improvvisamente guarì. Venne così celebrata e festeggiata l’incredibile potenza del tè – in cinese “cha” – del Dott. Kombu. Da qui Kombu-Cha.
La bevanda portentosa dei Samurai Giapponesi
Si narra che il Kombucha fu utilizzato per la prima volta durante il decimo secolo avanti Cristo dai Samurai Giapponesi e che lo bevessero prima di ogni battaglia o combattimento poiché in grado di renderli più forti e astuti.
SCOBY: IL “FUNGO” DEL KOMBUCHA
Una delle imprecisioni più diffuse è legata al fungo del kombucha. In molti confondono lo SCOBY – symbiotic colture of bacteria and yeast – con un fungo che vive nel kombucha e che lo rende la bevanda che è. Chiariamolo una volta per tutte, lo SCOBY non è un fungo, ma come dice l’acronimo stesso, una coltura di batteri e lieviti che vivono tra loro in maniera simbiotica.
Lo SCOBY – quello che alcuni si ostinano a chiamare fungo miracoloso del kombucha – si presenta come un dischetto gelatinoso che galleggia sulla superficie del liquido e che viene alimentato dagli zuccheri aggiunti al tè e dai tannini che le foglie di tè contengono naturalmente.
Si tratta di un’insieme di micro-organismi vivi che sono i veri protagonisti della trasformazione del tè zuccherato in Kombucha. Lo SCOBY è quindi l’ingrediente – se così può essere definito – più importante nella preparazione del Kombucha. Va trattato con cura, coccolato e ben alimentato affinché cresca e si riproduca. Può anche essere conservato in frigo quando lo si vuole mettere a riposo.
KOMBUCHA: BENEFICI E PROPRIETÀ
Leggendo questa mini-guida avrai orami ben chiaro che esistano davvero tanti benefici e proprietà del Kombucha e che questa bevanda fermentata sia un vero e proprio alleato del nostro organismo. In questo paragrafo della nostra guida vogliamo approfondire proprio le proprietà e i benefici del kombucha. Iniziamo subito.
In una recente intervista su Wired al Professor Cavalieri, docente di Microbiologia all’Università di Firenze, è emerso come gli studi su questa bevanda, seppur non ancora tantissimi, rivelino una serie di proprietà del kombucha e benefici provati scientificamente.
Le tre principali proprietà del kombucha sono:
antiossidante, legata alle sostanze contenute nel tè, come i polifenoli
antibatterica, grazie alla presenza dei batteri che contrastano e proteggono la bevanda da patogeni esterni
antifungina
Il Dott. Cavalieri sottolinea nell’intervista come di certo non stiamo parlando di un farmaco – e questo è un concetto che anche noi teniamo a evidenziare – ma le prove scientifiche sono abbastanza robuste per affermare che i suoi effetti esistano.
Queste proprietà del kombucha vengono inoltre confermate da altri studi effettuati in vitreo e su animali che annoverano altri benefici a questa squisita bevanda a base di tè fermentato.
Aiuta fegato e apparato gastro-intestinale nel loro lavoro quotidiano
Rinforza il sistema immunitario
Ottimo per depurare l’organismo e disintossicare il fegato
Inibisce l’avanzamento delle cellule cancerose
Ideale contro i problemi cardiovascolari
Ad oggi – data il recente interesse nei confronti di questo drink – non esistono ancora studi scientifici effettuati sull’uomo, ma quelli sopracitati effettuati su animali e in vitreo lasciano ben sperare.
ALTRE PROPRIETÀ
Oltre ai benefici del kombucha già citati e comprovati da studi scientifici, esistono centinaia di articoli che elencano altre virtù di questa bevanda.
Combatte il reflusso gastrico
Ottimo contro l’Acne
Ansiolitico naturale
Buono per chi soffre di colite
Migliora l’umore ed è consigliato per chi è affetto da depressione
Aiuta a sgonfiarsi
Combatte l’hangover
Ideale contro il mal di testa
Ottimo per chi soffre di ipertensione
D’aiuto per l’ipoglicemia per chi soffre di diabete
Migliora la digestione
Alleato di tutte le donne durante la sindrome premestruale
D’aiuto contro i reumatismi
CONTROINDICAZIONI DEL KOMBUCHA E FALSI MITI
Sulle controindicazioni del Kombucha, i rischi e gli effetti nocivi in rete si trovano alcuni articoli che non citano alcuna fonte scientifica e che spesso si contraddicono tra loro. Di recente ad esempio ne sono comparsi alcuni sulla tossicità del kombucha e pericoli vari.
Abbiamo ripreso l’intervento del Dott. Cavalieri a Wired del giugno 2018 per sfatare alcuni miti sulla pericolosità del tè kombucha e le controindicazioni. Cavalieri dice che per quanto concerne gli effetti avversi nella letteratura scientifica esistono solo un paio di casi trattati in pubblicazioni su riviste non particolarmente autorevoli. A suo avviso
“questi studi non sono sufficienti a dimostrare una specifica pericolosità, perché si parla di effetti collaterali che possono avere una serie di concause e non è detto siano correlati al consumo di kombucha. … Sulla base di quel che è stato documentato, non si può certo affermare che la kombucha sia pericolosa, proprio come non sono pericolosi il vino, la birra o i vaccini”.
Dott. Duccio Cavalieri, professore di microbiologia all’università di Firenze – Intervista a Wired
KOMBUCHA E ZUCCHERO
In molti – e tra queste anche testate giornalistiche abbastanza note – sostengono che il quantitativo di zucchero nel kombucha sia troppo elevato e quindi nocivo per la nostra salute. Questa affermazione è decisamente imprecisa. È vero che il kombucha contiene zucchero, ma in piccole quantità (ad esempio i nostri kombucha contengono solo 4 gr per 100 ml di prodotto). Non più del 90% dei soft drink che spesso si è abituati a consumare.
Inoltre è possibile abbattere ulteriormente la quantità di zucchero nel kombucha, lasciandolo fermentare più a lungo. I batteri consumeranno durante la fermentazione lo zucchero, trasformandolo in acido acetico.
KOMBUCHA E ALCOOL
Un’altra affermazione imprecisa su questa bevanda è relativa al rapporto tra kombucha e alcool. Questo tè fermentato è infatti una bevanda analcolica: ossia contiene meno dell’1,2% di alcool. Si tratta quindi di una quantità minima che non ha effetti collaterali sul nostro organismo. Avendo il kombucha alcool – anche se in minima parte – se ne sconsiglia il consumo per donne incinta.
EFFETTI COLLATERALI DEL KOMBUCHA
Ad oggi non sembrano esistere effetti collaterali nel kombucha. Trattandosi però spesso di una bevanda fermentata in casa, è sempre bene attenersi a tutte le buone pratiche igieniche e di conservazione atte al produrre un prodotto con standard qualitativi alti e soprattutto non pericoloso per la nostra salute. Così come fareste per la preparazione casalinga di qualsiasi ricetta o cibo.
PREPARAZIONE DEL KOMBUCHA E RICETTA
La mini-guida sul Kombucha Tea arriva finalmente a parlare della preparazione del Kombucha e della ricetta per prepararne uno in casa senza particolari problemi. Abbiamo così voluto rispondere alle tante persone che ci scrivono con domande tipo “come si prepara il kombucha?“, “come si conserva?” o addirittura “come coltivare kombucha”
I kombucha brewer definiscono la produzione di kombucha BATCH. Da ora in avanti troverai spesso questo termine.
Sei pronto/a a diventare un kombucha brewer?
INGREDIENTI
Per la preparazione dei nostri kombucha è sempre importante usare solo ingredienti di grande qualità quali:
Acqua
Tè in foglia
Cristalli di zucchero di canna
SCOBY di qualità, vivi e ben attivi
Kombucha Starter – ossia del kombucha proveniente da un’altra fermentazione
Spezie e botaniche per l’aromatizzazione
preparazione-kombucha-fervere
MISURAZIONE DEGLI INGREDIENTI
Per una corretta produzione di Kombucha è fondamentale misurare per bene gli ingredienti ad ogni Batch (“lotto di produzione”).
QUANTITÀ
8/10 gr di foglie di tè per litro di acqua
80/100 gr di zucchero per litro di acqua
1 SCOBY da circa 100gr per litro di acqua
50/100 ml di starter kombucha per litro
Spezie, frutta secca o erbe per aromatizzarlo quando necessario
RISCALDIAMO L’ACQUA
Come prima cosa per la nostra produzione portiamo ad ebollizione l’acqua. In questa maniera abbattiamo la carica batterica e siamo pronti all’infusione dei nostri ingredienti.
METTIAMO IN INFUSIONE IL TÈ
A seconda del tipo di kombucha che stiamo preparando cambia la varietà di tè. Generalmente i Kombucha vengono preparati con i tè neri. Noi utilizziamo tè neri provenienti dal Nepal, tè verdi Cinesi e Tè Oolong provenienti dalla Cina.
Oltre ai tè, per aromatizzare i nostri kombucha, usiamo infondere spezie e botaniche. Tra queste la yerba mate, boccioli di rosa, zenzero disidratato, moringa e tante altre erbe e spezie si prestano perfettamente all’aromatizzazione del kombucha.
Ogni tè ed ingrediente ha una sua temperatura di infusione adatta al fine di estrarne al meglio sapore e tannini. Generalmente a chi ci chiede come preparare kombucha di qualità suggeriamo di attenersi a questo semplice schema.
Foglie di Tè nero: 8 minuti di infusione
Foglie di Tè verde: 5 minuti di infusione
Spezie, erbe e tisane: 10 / 15 minuti di infusione
I più appassionati di tè avranno di certo notato che l’infusione delle foglie (sia di tè verde che di tè nero) è maggiore rispetto ai tempi medi di infusione di tè in foglia di buona qualità. Questo per fare si che i tannini vengano estratti in quantità maggiore e aiutino la trasformazione in Kombucha.
ZUCCHERIAMO L’INFUSO
Filtriamo il liquido eliminando le foglie di tè e le eventuali spezie o erbe utilizzate per aromatizzare il liquido. Dopo di che aggiungiamo lo zucchero di canna secondo le quantità prestabilite e mescoliamo finchè non si scioglie completamente.
Lo zucchero costituirà il nutrimento per i batteri contenuti nello SCOBY e permetterà loro di avviare il processo di fermentazione che darà origine al nostro Kombucha. È importante ricordarsi che lo zuccherò verrà quindi trasformato e se ne perderà la maggior parte nel risultato finale.
AGGIUNGIAMO LO STARTER
Lasciamo raffreddare il liquido ottenuto fino a raggiungere una temperatura che sia inferiore ai 30°. Aggiungiamo poi la giusta quantità di starter Kombucha. Lo starter è uno degli ingredienti base per la preparazione del kombucha. Si tratta infatti di una rimanenza del precedente batch di kombucha che aiuterà la nuova produzione a trasformarsi in tè kombucha e ad abbassare il PH della soluzione attivando lieviti e batteri e al fine da proteggere la bevanda da batteri patogeni.
È IL MOMENTO DELLO SCOBY
Finalmente è giunta l’ora in cui immergiamo i nostri SCOBY a bagno nella soluzione finora ottenuta. Lo SCOBY – che sta per Symbiotic Culture Of Bacteria and Yeast, ossia coltura simbiotica di batteri e lieviti – è il vero protagonista della preparazione del kombucha.
Come dice il nome, si tratta di una coltura di batteri e lieviti che vivono simbiosi tra loro, in un perfetto equilibrio. Gli SCOBY sono gelatinosi e danno vita alla fermentazione che trasformerà il tè zuccherato in Kombucha.
PRIMA FERMENTAZIONE
Una volta coperto il nostro contenitore con una pezzuola in cotone leggero e traspirante, inizia la fermentazione, il processo che rende famosa questa bevanda e a cui sono dovute le tante proprietà.
Il processo di fermentazione del kombucha è fortemente influenzato dalle condizioni esterne. La fermentazione ad esempio avviene a temperatura ambiente e la differenza di temperatura implica tempi più o meno brevi per la fermentazione.
Solitamente questo processo di trasformazione dura dai 7 ai 15 giorni, ma in estate può scendere persino a 5 soli giorni.
IMBOTTIGLIAMO E TAPPIAMO LE BOTTIGLIE
Al termine della prima fermentazione, quando abbiamo raggiunto un gusto equilibrato, possiamo eliminare gli SCOBY e metterli a riposare negli SCOBY hotel, oppure utilizzarli immediatamente per una nuova produzione.
Filtriamo il kombucha ottenuto e imbottigliamo in bottiglie precedentemente sterilizzate. Suggeriamo di utilizzare bottiglie con tappo meccanico.
Ora è possibile consumarlo oppure conservarlo in frigo, oppure iniziare la seconda fermentazione.
Se invece non ti senti ancora pronto per la produzione, dai un’occhiata ai nostri kombucha in vendita online.
SECONDA FERMENTAZIONE DEL KOMBUCHA
Il Kombucha può essere sottoposto ad una seconda fermentazione lasciando le bottiglie sigillate a temperatura ambiente per un periodo compreso tra le 12 e le 48 ore a seconda delle temperature. In questo arco di tempo batteri e lieviti si nutriranno dello zucchero presente nelle bottiglie sigillate ermeticamente, consumando l’ossigeno e producendo anidride carbonica.
Questo renderà il kombucha frizzante.
In questa fase potremo aggiungere anche succhi, estratti, frutta a pezzi e spezie per aromatizzare ulteriormente la nostra batch.
Effettuata la seconda fermentazione a temperatura ambiente è il momento di riporre in frigo le nostre bottiglie.
LA SICUREZZA PRIMA DI TUTTO
È super importante ricordare che poichè la seconda fermentazione genera co2, la pressione nelle bottiglie aumenterà.
FAI QUINDI MOLTA ATTENZIONE! Potrebbero esplodere.
Per essere più sicuri ecco tre cose da fare:
usa bottiglie con chiusura meccanica che permettono di “sfiatare” la co2 quando la pressione è eccessiva
ogni giorno, almeno un paio di volte, apri la bottiglia per qualche secondo, al fine di valutare la pressione al suo interno. Se vedi molta schiuma, è giunto il momento di metterle in frigo
per sicurezza riponi sulle bottiglie un paio di stracci o una tovaglia. Nel caso dovessero esplodere eviterebbero che i pezzi di vetro schizzino chissà dove
CONSERVAZIONE DEL KOMBUCHA
È molto importante sapersi prendere cura del Kombucha anche una volta terminata la seconda fermentazione. Consigliamo caldamente a tutti di conservare le bottiglie di kombucha SEMPRE in frigorifero ad una temperatura tra 0° e 4°.
A queste temperature infatti i batteri e i lieviti presenti nel Kombucha vengono messi a riposo e sospendono i processi di fermentazione. Altrimenti – essendo il kombucha una bevanda viva – continuerebbe a trasformarsi e a mutare, perdendo il gusto piacevole e trasformandosi in una bevanda fortemente acetic
a. Fonte:fervere.it
Lo ripetiamo: Conservate SEMPRE le bottiglie di Kombucha in frigorifero ad una temperatura tra 0° e 4°.
fonte: fervere.it
06/05/20
Vittorio Zanini, Il mezzo di trasporto del futuro è l'asinello
26/03/20
Alfio Scandurra, Di asini e di boschi. Il mio ritorno al selvatico
In ogni capitolo non mancano mai 'gli appunti di viaggio', in cui si rivolge a Fiocco come se fosse un dono, forse uno dei più grandi ricevuti nella vita. Del resto l'asino è stato per Scandurra la possibilità concreta di cambiare radicalmente modo di vivere: per la sua esistenza un punto di non ritorno, che gli ha dato l'imput per ricominciare con un altro passo, appunto, più lento, fuori dai sentieri battuti, senza paura ma anzi con la voglia di perdersi nel mondo e dentro se stesso. Fiocco, amico silenzioso, è stato ed è da anni un compagno amorevole e fidato: con lui l'autore non sente solitudine e ritrova la semplicità e l'entusiasmo di allinearsi con l'ambiente naturale, di "perdere tempo", di compiere la propria, personalissima, "rivoluzione interiore" nella speranza di continuare a camminare con lui e ridurre sempre di più la sua "impronta sul mondo".
"Se tutto va bene, invecchieremo insieme", scrive Scandurra rivolgendosi a Fiocco in una lettera alla fine del libro, "immagino che saremo vecchietti, con il passo rallentato, complici per i tanti cammini percorsi e l'intensità dei momenti vissuti. Mi figuro noi due mentre avanziamo verso un prato non troppo lontano per sdraiarci spalla a spalla, per assaporare ancora una volta il piacere del contatto con l'erba fresca di primavera". "Ma non è giunto ancora quel momento", assicura, con la promessa all'amico animale di un nuovo, imperdibile viaggio, come "gagliardi spartani lungo i sentieri del mondo".
fonte: ansa.it
24/02/20
Semi di frutta e verdura liberi da copyright: la battaglia di Alice contro le multinazionali
Sul lago di Como una contadina-attivista ha dichiarato guerra a Monsanto & Co. Facendo crescere nel suo campo varietà vegetali senza brevetti proprietari. Che però, per legge, non può vendere a nessuno
Asso, antico borgo della Vallassina tra i due rami del lago di Como. Le colline scendono fra castagni e cinghiali fino al paese. Alice Pasin ha costruito la sua base sul fronte del bosco. Si è trasferita qui nel 2012. Con il compagno e i figli ha strappato i rovi e fatto spazio a un orto circondato da meli, malva e cespugli di ortiche («sono fondamentali per il terreno»). Alice vi si dedica ogni giorno con una missione politica, più che agraria: riprodurre semi di frutta e verdura liberi da copyright.
I brevetti sono diventati prassi in agricoltura. Negli uffici internazionali sono registrate proprietà per “patate mediamente dense”, broccoletti “dalle cime staccate”, cipolle che fanno piangere meno, cavolfiori “molto bianchi”. Tecnologie della vita: la multinazionale Dupont, ad esempio, ne detiene circa 400 modelli. Monsanto ha 100 esclusive solo alla voce mais. I dossier sono corposi: indicano nel dettaglio i millimetri di uno stelo, gli identikit di resa ottenuta grazie all’ibridazione, naturale o genetica, mostrano la specifica tonalità di viola oggetto d’esercizio economico su una carota. Per quanto ingegnerizzata, infatti, la natura varia. E brevettarla è un mestiere difficile, ma redditizio.
Negli Stati Uniti a partire dagli anni ’80 le aziende possono depositare brevetti commerciali sui semi, anche non Ogm. In Europa l’orientamento è diverso: per vendere una varietà è necessario registrarla, ma questo non vieta ai contadini di farne uso per migliorare la specie. Ma è una libertà a metà. L’Ufficio brevetti europeo infatti accetta dal 2013 domande su semi naturali. Contro questa direzione si è più volte espresso il Parlamento, da ultimo il 19 settembre con una mozione che ribadisce: «Le varietà vegetali e animali, i procedimenti essenzialmente biologici e i loro prodotti, non sono in alcun modo brevettabili». La corsa al controllo però continua. E fra Bruxelles e le multinazionali biotech si stendono campi dove la partita, su alcune produzioni agro-industriali, sembra già decisa.
Di fianco alle arnie, Alice Pasin ha un armadio pieno di scatole. Conservano il frutto della sua militanza agro-politica. Sono 250 varietà più o meno rare: piccoli fagioli occhiuti, scomodi da coltivare ma antichi; mini-cetriolini che si mangiano con la buccia; pomodori gialli molto amati da sua figlia; banane di montagna, cicoria di un contadino che si chiama Ecclesio. Sembra un menu elitista invece è un terreno di conflitto: gli esperti le chiamano coltivazioni orfane perché sono destinate a soccombere al mercato, quindi ad esser dimenticate per mancanza di valore commerciale. La loro cura, riproduzione e vendita, si muove su un confine informale fra il legale, il lecito, il permesso.
Le prime due varietà di grano duro coltivate in Italia, mostrano i dati del Crea (Consiglio per le ricerche in agricoltura del ministero), coprono da sole il 20 per cento della produzione totale. Si chiamano “Iride” e “Saragolla”. Sono proprietà di Syngenta, un colosso sementiero con sede in Svizzera, acquistato alla fine del 2017 da ChemChina per 43 miliardi di dollari. Si tratta della maggiore acquisizione internazionale di sempre da parte di una società cinese. ChemChina è un’azienda di Stato; l’operazione venne presentata come una manovra per garantire la sicurezza alimentare futura della classe media in Cina. Attraverso lo sviluppo e il controllo della fonte primaria: i semi.
Ancora. I primi nove tipi di mais coltivati nelle campagne italiane sono tutti figli della stessa società: marca Pioneer, ovvero Dupont/Corteva, una delle maggiori produttrici globali di semi. Sede nel Delaware, paradiso fiscale degli Stati Uniti, uffici in tutto il mondo. Sono suoi i P1758, P1921, PR31Y43, P1547, P2088, PR32B10, P1114, P1535 piantati e fatti crescere dagli agricoltori italiani. La decima tipologia è “Sy Inove”. ChemChina. Chissà se la Lega rivendicherà ancora il patriottismo della polenta, alla luce di questi dati.
Il 60 per cento delle vendite globali di semi, mostra una mappa aggiornata al 2019 da Philip Howard, università del Michigan, è controllato oggi dalle prime quattro multinazionali dell’agro-chimica: Corteva, ChemChina, Bayer e BASF. Certo mais, soia, grano e girasole sono i settori dove la privatizzazione è più stretta e feroce. In Italia il riso che viene allagato in pianura resta per esempio risultato di piccole o medie aziende. E anche fra gli ortaggi gli interessi sembrano meno chiusi.
Nonostante questo, in Europa le “grandi quattro” detengono i diritti del 72 per cento dei semi di pomodoro coltivati, del 94 per cento delle varietà di cetrioli, del 95 per cento per i tipi di carota. Lo mostra un rapporto Ocse sulla concentrazione nel mercato dei semi pubblicato l’anno scorso, segnalato dal Crea. Il dossier nasce dalla preoccupazione delle agenzie antitrust di fronte alla fusione fra Bayer e Monsanto, completata ufficialmente nel 2018 per 63 miliardi di dollari. Farmaci, diserbanti e radici marciano da allora compatti.
Coltivare semi richiede tempo. Alice Pasin raccoglie le prime due buttate di asparagi, la terza servirà alla riproduzione. Ogni primavera alterna le cipolle, per evitare incroci; aspetta due anni per i nuovi germogli. Perché fiorisca l’insalata bisogna lasciare diventi secca e flebile, uno stelo ruvido. Le zucchine arrivano quasi a esplodere. È un giardino di forme fradicie e gonfie. Sul davanzale di casa ha due bicchierini con dentro semi di pomodoro che stanno fermentando. Serve a renderli più resistenti. «La natura chiede tempo: i semi maturerebbero all’interno del frutto marcio, caduto per terra. La muffa contiene penicillina», racconta: «Per far riprodurre le piante serve cura. Ogni ortaggio o cereale, da oltre 10 mila anni, è risultato di un intervento umano. Molte piante senza questo processo sarebbero già scomparse. Vanno scelti solo i frutti più forti, sviluppati i migliori. La selezione è fondamentale».
La selezione. Per secoli i semi non sono stati una merce: i contadini dipendevano dalla loro capacità di far riprodurre le proprie piante. Compravano germogli solo raramente, scambiavano piantine nei consorzi, miglioravano i risultati adattandosi allo specifico del loro territorio. Da metà del ’900, con lo sviluppo di sementi ibride prima (il paragone classico in campo animale è il mulo) e delle modifiche genetiche ai nuclei poi, i semi sono diventati un mercato sempre più interessante sul piano commerciale. Il business supera, secondo le stime dell’Ocse, i 52 miliardi di dollari. Proteggere brevetti significa proteggere fatturato. Il primo copyright di un seme Ogm è del 1994. Era un pomodoro. Oggi gli Ogm valgono da soli più di 21 miliardi di dollari l’anno. Gli investimenti privati in ricerca e sviluppo sono aumentati così esponenzialmente, portando anche innovazioni positive. Le nuove varietà hanno rendimenti più alti, efficienza nelle risorse idriche e nell’uso del territorio. La privatizzazione però ha portato anche all’accentramento di potere nelle nostre vite: quello che mangiamo è deciso in larga parte da quattro amministratori delegati.
I monopoli, notano le voci critiche riportate nel dossier, minacciano non solo la sostenibilità della produzione (possono controllare prezzo, standard e proposte). Ma costituiscono anche uno squilibrio dei sistemi agricoli: riducono la biodiversità generale, rischiando di rendere fragili intere filiere. La paura è per l’effetto domino di fronte a un nuovo parassita. Non solo. Queste big companies forniscono ai contadini kit di crescita all-inclusive: dal seme al concime, al trattamento anti-parassiti. Sono dosi monouso, visto che le piante cresciute da semi ibridi possono figliare, sì, ma perdono subito le caratteristiche sviluppate in laboratorio.
Per restare sul mercato gli agricoltori devono rifornirsi così ogni volta alla multinazionale. In regime di dipendenza. Sollevati dalle incertezze, certo, ma anche spossessati da scelte e sapere sul loro mestiere. Fra le grandi aziende la parola chiave ora è agricoltura digitale: usare i big data per permettere coltivazioni di precisione. Monsanto ha comprato già nel 2012 “The Climate Corporation”, una startup della Silicon Valley specializzata in previsioni meteo. L’idea è sviluppare algoritmi capaci di indicare pratiche e prodotti dettagliati al singolo appezzamento, incrociando l’attività di milioni di contadini, la meteorologia e i macchinari.
In mezzo all’orto, Alice ha uno spiazzo confuso dove crescono sovrapposte una pianta peruviana, alcuni ortaggi, un albero da frutto. «Il mio compito come attivista non è solo riprodurre semi che servono alla coltivazione. Ma anche studiarli. Perché di molte varietà abbiamo perso ogni conoscenza: quando vanno raccolti i frutti, come conservarli, come cucinarli». Si chiama erosione genetica: gli standard di mercato fanno deperire dna e tradizioni di colture alternative.
Alice Pasin fa parte di “Civiltà contadina”, un’associazione per la difesa della biodiversità agricola; è dentro “Rete semi rurali”, un’organizzazione che sostiene l’arca delle varietà antiche e organizza giornate di scambio/baratto; collabora con realtà come “Zona Franca”, a Varese, dove le farine prodotte da semi liberi vengono usate per i piatti; tiene corsi per istituzioni locali e nazionali; scrive. Si ingegna, perché i semi lei non li può vendere: non sono registrati. Può riprodurli, ma non commerciarli. «Nel nostro network ci sono appassionati che hanno collezioni anche di duemila varietà di pomodori. Ma sono solo collezioni, appunto».
È un settore informale, eppure necessario. Per conservare la diversità agricola sono state costruite nel tempo gigantesche banche dei semi, come i caveaux raffreddati nel ghiaccio alle isole Svalbard, in Norvegia. Un deposito che mantiene migliaia di specie, salutato come un santuario della sopravvivenza e della sovranità alimentare dei paesi che donano le loro specie. Avrà bisogno di 850 milioni di dollari per continuare la propria missione. Le linee guida dell’Istituto nazionale di Economia agraria hanno un’altra prospettiva. Indicano la «possibilità che siano proprio gli agricoltori, nei loro campi, a svolgere questa importante funzione di conservatori della diversità». «Io non sopporto che il nostro mondo sia così di nicchia», commenta Alice risalendo verso casa: «Anche perché c’è un paradosso di fondo: il cibo biologico tanto di moda è frutto di semi non bio».
È vero. «Non c’è disponibilità di semi biologiche, se non per poche specie come l’erba medica o il trifoglio alessandrino», spiega Piergiacomo Bianchi, esperto di certificazione al Crea, dove a metà settembre ha ospitato una giornata di studi sul tema. «Oggi sul nostro database ci sono solo 934 varietà disponibili registrate», racconta Bianchi: «E 33 mila richieste di agricoltori di poter coltivare biologicamente in deroga, non essendoci alternative. Riguardano soprattutto viti, pomodoro, mais, frumento, olive, patate». Un progetto finanziato da Europa e Svizzera mira a finanziare ricerche per avere semi 100 per cento biologici entro il 2037.
Più che alla burocrazia bio e ai mancati fondi, ora Alice deve pensare però al cinghiale che minaccia il suo orto. «Dopo anni di vegetarianesimo, sono diventata amica dei cacciatori della zona. Ho speso duemila euro per mettere la recinzione ma non basta: guarda, un’altra traccia. Mi hanno mangiato tutte le patate...». La coesistenza in natura è un confine mobile.
DI Francesca Sironi, foto di Alberto Gottardo
fonte: espresso.repubblica.it
24/12/19
Nespole Germaniche: benefici, proprietà e valori nutrizionali
Mespilus germanica o nespole comuni: calorie e proprietà benefiche per l’intestino
Lo “stracitato” (perdonate il neologismo) proverbio:“Col tempo e con la paglia maturano le nespole”, ci insegna che con la pazienza si viene a capo di tutto. Bell’impresa ai nostri tempi, con questi ritmi!!! Il proverbio si riferisce al fatto che le nespole vengono lasciate nella paglia (appunto) a rammollire e cambiare di colore dal marrone chiaro al marrone scuro per il consumo. Con questa “attesa paziente” gli enzimi trasformano la polpa, dal forte sapore acido (per la presenza di tannini), rendendola commestibile. Maturano nel tardo autunno e sono commercializzati in gennaio, febbraio. Sono i primi frutti che ci dona la primavera! I frutti che acquistiamo, in genere, provengono da coltivazioni selezionate, con frutti leggermente migliorati per dimensioni e caratteristiche organolettiche.
Il nespolo comune (Mespilus germanica) è un albero spinoso di dimensioni medio grandi (4/5 m di altezza), la cui larghezza in genere supera l’altezza è caduco (perde le foglie in inverno) ed anche decorativo durante la fioritura. Ha uno sviluppo limitato quindi, ma è piuttosto longevo e si adatta molto bene a diversi tipi di terreno, anche quelli poco fertili purchè non troppo umidi Appartiene alla famiglia delle Rosaceae che comprende la maggior parte degli alberi da frutto più comuni: melo, pero, susino, ciliegio, pesco, sorbo, albicocco, cotogno. Il frutto è maturo quando assume una colorazione marrone scuro e la polpa diventa soffice. All’interno si trovano circa 5 semi duri e legnosi.
La traduzione popolare e altre curiosità
Un tempo era un frutto molto apprezzato dai contadini perchè garantiva frutta nel cuore dell’inverno, giungendo a maturazione nella brutta stagione. Oggi, l’economia globalizzata, ha eliminato il problema dell’attesa ma, ahimè, anche le nespole comuni. Si cerca di abbattere i costi … a scapito della qualità! Si stava meglio quando si stava peggio??? Scegliete voi…
Questa pianta era già conosciuta in epoca romana e nel Medio Evo. Nella farmacopea domestica, veniva usata come febbrifugo, astringente, diuretico e regolatore delle funzioni intestinali. Scomparsa dalle campagne rimase negli orti dei conventi, dove veniva impiegata dai monaci nelle preparazioni erboristiche.
Il Nespolo Comune non va confuso col nespolo del Giappone che appartiene alla stessa famiglia. La nespola del Giappone matura a maggio, viene coltivata soprattutto nella Conca d’Oro, in genere nell’Italia Meridionale, fiorisce con i primi freddi dell’inverno e i suoi fiori, sono bianchi, profumati e decorativi così come il frutto : giallo oro a forma allungata. Matura a maggio con le fragole, contiene uno o due grossi semi con i quali è possibile produrre un liquore: il Nespolino (simile al più noto Amaretto di Saronno), di colore giallo-arancione è immediatamente commestibile… Il Nespolo del Giappone, in Sicilia, viene utilizzato per produrre il pregiato miele di nespolo. Esistono molte varietà di nespole, non tutte reperibili in commercio e va precisato che le nespole di fine maggio presenti nei supermercati…sono i frutti dell’Eriobotrya Japonica, il Nespolo Giapponese, importato dall’Estremo Oriente a metà del diciottesimo secolo. La polpa del frutto, bianco-rosata, a maturazione prende un colore marrone scuro di sapore acidulo e, come tutta la frutta acidulo-zuccherina è meglio consumarla lontano dai pasti. Mentre il nespolo del Giappone è entrato a far parte delle nostre abitudini alimentari ed è stato studiato e migliorato nelle sue varietà, il nespolo comune è presente oggi, soprattutto come pianta selvatica.
Proprietà: aumenta il senso di sazietà, quindi prezioso nelle diete ipocaloriche, reintegra i sali minerali dopo lo sport.
Il decotto di buccia e polpa è un efficace diuretico.
Il frutto non ancora maturo è fortemente astringente, per il contenuto di tannini, e quindi possiede proprietà antidiarroiche. Al contrario, il frutto maturo è lassativo (i tannini degradano in zuccheri) e diuretico. E’ ricco di vitamine del gruppo B, potassio e magnesio, ottimo quindi per reintegrare i sali minerali persi dopo intensa attività sportiva e contiene anche caroteni, antiossidanti. Il suo contenuto in fibre, molto alto, lo rende adatto nelle diete ipocaloriche perchè aumenta il senso di sazietà e la pectina, fibra insolubile che protegge la mucosa del colon, ha dimostrato di ridurre i livelli di colesterolo nel sangue. La polpa del frutto viene usata anche come normalizzatore per pelli grasse.
I contenuti nutrizionali delle nespole
Le nespole sono composte per l’85% da acqua, carboidrati e zuccheri solubili per il 6,1% e, a scalare per quantità, proteine e lipidi. I minerali presenti sono: il sodio, il potassio, il ferro, il calcio ed il fosforo. Contengono anche vitamine come la B1 (tiamina), B2 (riboflavina), B3 (niacina), vitamina C e vitamina A (retinolo).
Il gusto del frutto è delicato, con un sentore floreale e molto fresco, possiede una nota acidula che lo rende ingrediente prezioso di macedonie di frutta. Le imperfezioni presenti sulla buccia, garantiscono la completa maturazione quindi non scartatele. Io diffido sempre un po’ della frutta che appaga l’occhio, il più delle volte è frutta molto trattata o raccolta acerba e fatta maturare nei depositi utilizzando l’etilene…ma questa.. è un’altra storia. Il frutto acerbo può dare luogo alla sensazione di “bocca legata” o allappata, per l’eccessivo contenuto in tannini.
Autore: Naturopata Angela Ballarati
Fonte: naturopataonline.it







