martedì 24 marzo 2015

Noam Chomsky, Le 10 regole del controllo sociale


L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche. 


1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”). 



2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici. 



3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta. 



4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento. 



5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).



6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…



7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).



8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…



9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione! 



10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

sabato 14 marzo 2015

'Gli Stati Uniti vogliono ridisegnare la carta del Medio oriente, favorendo la nascita di Stati federali fragili, con l'obiettivo di garantire la sicurezza di Israele'


Con Riyadh, Ankara e Doha, Washington “resuscita” i Fratelli musulmani contro lo Stato islamico


L’ascesa al trono di re Salman in Arabia saudita ha cambiato la politica del regno. Archiviata l’era del potente capo dell’intelligence Bandar ben Sultan, rafforzato l’asse con gli Stati Uniti. Il progetto di ricostituire la Fratellanza come come forza di influenza in tutto il mondo arabo. Gli Usa vogliono annientare lo SI e frammentare il Medio oriente per proteggere Israele. 

L'avvento alla guida dell'Arabia saudita di re Salman ha causato una vera e propria rivoluzione a Palazzo. Due gli eventi principali, come sottolinea dietro anonimato un ricercatore franco-libanese residente a Parigi: la partenza del 65enne principe Bandar ben Sultan, il potente capo dei servizi di intelligence del regno wahabita e del suo gruppo, che hanno contribuito a plasmare la politica estera e di sicurezza del Paese per decenni; e la decisione di ricongiungersi con la Fratellanza musulmana.
Lo studioso spiega che questa decisione è stata caldeggiata con vigore dalla Casa Bianca. Al tempo stesso, il Dipartimento di Stato americano ha ricevuto di recente la visita di una delegazione di leader dei Fratelli musulmani e ricordato che, per quanto concerne gli Stati Uniti, "la Fratellanza non è né un gruppo terrorista, né seguaci della violenza". Anche lo stesso presidente Barack Obama ha ricevuto non molto tempo fa l'emiro del Qatar, molto vicino ai Fratelli musulmani.
Chiaramente, questo cambiamento di rotta nella diplomazia saudita e statunitense intende prima di tutto coinvolgere i Fratelli musulmani nella lotta contro lo Stato islamico (SI, Daesh in arabo) e al Qaeda in Iraq, in Siria, in Libia, in Tunisia, in Egitto e nello Yemen.
A fronte dei vantaggi per gli Stati Uniti nel caso di una simile svolta, vi sono anche elementi di preoccupazione per gli arabi democratici, primo fra tutti la conseguente destabilizzazione del presidente egiziano Abdel Fattah Sissi, in guerra aperta contro gli "Ikhwan". Washington finirebbe per commettere un errore madornale, come è avvenuto in precedenza in Iraq. Ben sapendo, peraltro, che anche lo stesso presidente al Sissi non è certo esente da colpe.

Il fallimento di una strategia

Ripercorrendo il tempo del regno di re Abdallah, l'esperto franco-libanese ricorda che Bandar ben Sultan per contrastare l'Iran e la Russia ha scelto per diversi anni di sostenere in modo massiccio le organizzazioni wahabite estremiste, in particolare in Iraq e Siria. Fra queste vi sono proprio al Qaeda e, soprattutto, lo Stato islamico con il suo progetto del Califfato.
Lo studioso sottolinea due elementi sorprendenti della strategia perseguita a lungo dall'ex responsabile dei servizi sauditi: la diffidenza - per non dire l'odio aperto contro l'amministrazione democratica americana, e contro gli Stati Uniti in generale. Questo atteggiamento potrebbe risultare sorprendente, sapendo che Bandar ben Sultan - durante il lungo soggiorno come ambasciatore a Washington - aveva stretto forti legami con la classe politica statunitense, oltre che con il gotha dello star system americano. Con una menzione particolare per la famiglia Bush e i magnati dell'industria militare a stelle e strisce.
Forse un giorno torneremo sui motivi profondi, "intimi" dell'anti-americanismo che albergano in Bandar, nella moglie e nella sua cerchia (il clan degli Al-Faisal). Per l'esperto non pare plausibile l'ipotesi che l'uomo e quello che egli rappresentava siano stati colpiti dagli attentati del 2001 negli Stati Uniti o, più di recente, dalle decapitazioni di cittadini americani.

"Rivoluzioni democratiche" 



Un altro elemento attira la nostra attenzione, per quanto concerne la politica seguita da Bandar ben Sultan negli ultimi mesi: egli temeva che il presidente Obama potesse sollevare "rivoluzioni democratiche" guidate dai Fratelli musulmani nella penisola arabica e nel regno stesso... Al punto da correre il rischio di favorire la conquista dello Yemen da parti degli sciiti Houthi pro-Iran, perché ciò avrebbe messo all'angolo i membri di Al-Islâh, la potente branca yemenita dei Fratelli musulmani!
In breve, dal 25 gennaio il nuovo re Salman d'Arabia e il suo clan Soudeyri - che trae le proprie origini dalla sposa prediletta del fondatore della dinastia, Ibn Saud - hanno imposto una svolta netta, in collaborazione con il presidente americano sbarcato a Riyadh per la cerimonia di intronizzazione, accompagnato da dozzine di alti funzionari, funzionari dell'intelligence ed esperti.
La "nuova" strategia congiunta americano-saudita sarebbe quella di ripristinare la Fratellanza musulmana, come forza di influenza in tutto il mondo arabo. Il tutto, potendo contare sul sostegno di due storici protettori della Fratellanza: Qatar e Turchia.

Il breve e il lungo periodo 



Quali sono le ragioni di questa nuova svolta? Nel breve periodo, se possibile, il presidente Obama vuole annientare lo Stato islamico, divenuto il nemico numero uno dell'America. Per questo può già contare sui curdi di Siria e Iraq (che non smette di armare) e sugli sciiti irakeni (sostenuti dall'Iran e da Hezbollah).
In Iraq Obama e i suoi alleati stanno preparando con cura la riconquista di Mosul, la grande metropoli sunnita della piana di Ninive. Una partecipazione dei Fratelli musulmani e delle tribù sunnite irakene in quest'assalto sembra indispensabile.
In Yemen, di fronte agli Houthi sciiti, al Qaeda, asserragliata nel sud e a est, pretende di incarnare essa sola "la resistenza sunnita". Per gli americani, è tempo di resuscitare al-Islâh (i Fratelli musulmani e le tribù) per offrire un'alternativa a quel 55% di sunniti yemeniti.
In Egitto, Obama spera di riconciliare il presidente Sissi e i Fratelli musulmani per fermare l'avanzata dei jihadisti wahabiti, che moltiplicano attacchi e attentati, soprattutto nel Sinai e nelle grandi città.
Anche in Libia un riavvicinamento fra i Fratelli e l'alleanza diretta dal generale Haftar (Cia) potrebbe forse rallentare la crescita di Daesh e di Ansar al Sharia, che minaccia il Sahel e il Magreb.
Ecco dunque che oggi, agli occhi del presidente Obama, solo i Fratelli musulmani - presenti in tutti i Paesi arabi, ben organizzati e presunti "moderati", disposti a collaborare con Washington - sono in grado sul versante sunnita di sfidare lo Stato islamico, in un periodo in cui il mondo arabo, diversi milioni di sunniti, è sensibile ai richiami dai toni radicali del wahabismo.

Nel lungo periodo, gli Stati Uniti vogliono - secondo quanto emerge da numerosi elementi - ridisegnare la carta del Medio oriente, favorendo la nascita di Stati federali fragili (sullo stile della Bosnia), associando fra loro diverse componenti etniche e religiose. Con l'obiettivo di garantire la sicurezza di Israele.
Se si riveleranno alleati "credibili", i Fratelli musulmani saranno chiamati a rappresentare, almeno in parte, la componente araba sunnita nei diversi Paesi coinvolti.
Le tattiche e strategie degli Stati Uniti a cosa conducono? Lo Stato islamico sarà sconfitto? I Fratelli saranno un alleato efficace e accomodante verso l'Occidente? L'attualità non tarderà a fornirci le risposte.


di Fady Noun

AsiaNews, 12 marzo 2015






venerdì 13 marzo 2015

Che Expo sarebbe... senza McDonald’s!

L’Expo nutre il pianeta... a braccetto con McDonald’s. Se fino ad ora avevamo visto la faccia di Vandana Shiva, le foto delle mani sporche di terra degli agricoltori e avevamo sentito raccontare che si sensibilizzava il pianeta alla sostenibilità, ecco che Official Sponsor di Expo 2015 appare niente meno che McDonald’s Italia. La presenza nel sito espositivo è stata annunciata a Milano.

L’amministratore delegato di McDonald’s Italia, Roberto Masi, nell’annunciare che la catena di fast-food è official sponsor di Expo, ne ha vantato le dimensioni: 36.000 ristoranti in 120 paesi nel mondo, 70 milioni di persone servite ogni giorno con hamburger, patatine fritte e altri menù che per anni sono stati definiti da esperti e nutrizionisti “junk food”, cioè cibo spazzatura. Eppure McDonald’s è sponsor ufficiale dell’Esposizione che si è battezzata l’Expo per nutrire il pianeta.

Durante l’incontro tenutosi a Milano che annunciava la loro presenza, è stato presentato “Fattore Futuro”, un progetto con cui McDonald’s ha raccontato di voler aiutare i giovani agricoltori nello sviluppo delle loro aziende. Il progetto ha ricevuto il Patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali… ma d’altra parte non è la prima volta che zio Mac conquista l’imprimatur ministeriale.

Ma come li aiuta? “Permettendo” (un privilegio?) a 20 imprenditori agricoli con meno di 40 anni di entrare a far parte dei fornitori italiani di McDonald’s per tre anni. Uno scherzo? Nient’affatto.

Vediamo cosa ha da offrire McDonald’s ad Expo e al nutrimento del pianeta.

Nel 2013 viene reso noto un dossier di trenta pagine in cui l'avvocatessa Michele Simon illustra le operazioni di marketing del colosso americano travestite da opere di beneficenza con l'obiettivo e la conseguenza di ottenere consenso e approvazione attraverso un messaggio distorto della carità.

Sempre nel 2013 si scopre che il fast food più famoso del mondo avrebbe consigliato ai propri dipendenti di tenersi alla larga dai cibi poco salutari prodotti dalla stessa catena. E lo avrebbe fatto su un sito web, McResource Line, dedicato e aperto solo ai suoi dipendenti. Inutile, però, provare a cliccare sulla pagina web perchè è stata rimossa dopo la diffusione della notizia (c’è chi ne ha conservato le schermate però). La catena avrebbe deciso di eliminarla perchè quei consigli "fastidiosi" avrebbero iniziato a circolare troppo nella rete.

Nella lista degli ingredienti e allergeni si può contare un buon numero di emulsionanti e additivi artificiali e per alcuni di essi vi riportiamo qualche informazione.

Il polidimetilsilossano (E900) è un antischiuma autorizzato; l’E171 è il diossido (o biossido) di titanio, soprattutto in forma nanoparticellare è stato classificato come possibile cancerogeno; poi troviamo l’E472e, esteri dell'acido diacetiltartarico di mono- e digliceridi, si tratta di esteri di grassi sintetici; il blu brillante, l’E133, colorante sintetico derivato dal catrame del carbone, nelle linee guida inglesi non è raccomandato per l’assunzione nei bambini.

La lista potrebbe ancora molto lunga.

E…vi ricordate il film documentario “Super size me”? Il regista Morgan Spurlock lo ha presentato nel gennaio del 2004 al Sundance ed è stato premiato; è stato anche candidato agli Oscar. La storia è quella di un uomo (è l’esperimento cui si è sottoposto veramente il regista stesso) che per trenta giorni si nutre solo di fast-food, per lo più nella catena McDonald, ingrassando di oltre 12 chili: la sua cronaca-denuncia gastronomica, corredata di referti medici per danni al cuore, alle arterie, al sangue, ha avuto un effetto bomba in America, ma non solo.

Ora…bisogna solo capire di cosa l’Expo vuole nutrirci!


di Giovanni Fez - 12 Marzo 2015


giovedì 12 marzo 2015

Le nostre vite sempre di fretta: ma ne vale davvero la pena?

Il paradosso della ricchezza: abbiamo più soldi ma meno tempo per spenderli. In America il 15 per cento dei lavoratori non vanno mai in vacanza.


MANCANZA DI TEMPO - Qualche giorno fa il settimanale The Economist si chiedeva: «Perché le persone vanno così di fretta e sempre di corsa»? E perché nel mondo del lavoro «il problema costante è diventato la mancanza di tempo»? Già, il tempo. Ci sembra sfuggire ogni istante, come se non riuscissimo ad afferrarlo, e così viviamo in un costante e caotico affanno. Fino a perdere il piacere delle cose.

VIVERE DI FRETTA: LE CAUSE - Una prima causa delle vite di fretta riguarda i tempi di lavoro che, generalmente, sono aumentati. In particolare negli Stati uniti, dove la produttività di ciascun lavoratore è un dogma per garantirsi stipendio e posto, il dipendente medio utilizza solo la metà delle ferie e il 15 per cento di loro non va mai in vacanza. Il risultato è che il lavoro ha ridotto così gli spazi della vita privata e il tempo, scarseggiando, è diventato una risorsa preziosa, con la preoccupazione perenne di sprecarlo. Quindi l’equazione è: più lavoro, più benessere, meno tempo per se stessi. In secondo luogo nel lungo ciclo dell’individualismo il tempo è stato sempre più assimilato al denaro. Avete presente gli studi degli avvocati anglosassoni dove la clessidra segnala i minuti di ciascun incontro con il cliente per poi fatturarli? Bene: la nostra organizzazione della vita professionale ormai riflette in modo generalizzato questo schema. E il ritmo delle giornate di lavoro diventa sempre più serrato. Producendo ansia e talvolta solitudine (anche i rapporti hanno bisogno di tempo e non possono non essere coltivati). Con il paradosso della ricchezza, in base al quale le persone hanno più soldi ma meno tempo per spenderli.

VITA QUOTIDIANA MULTITASKING - Terzo fattore delle vite di fretta: la tecnologia. Ovvero l’applicazione multitasking in base alla quale tutti facciamo più cose contemporaneamente. Pensate alle mail, a quante ne riceviamo e ne scriviamo a getto continuo, cercando di imporci una risposta entro le 24 ore, con la regola non scritta che prima si risponde e meglio è. Di fatto, multitasking e fretta sono diventati sinonimi, e appartengono a uno stesso stile di vita. In queste condizioni il vero lusso che ciascuno di noi può conquistare è quello di riprendersi il tempo, recuperarlo dal binario morto della della fretta e farlo tornare nella nostra disponibilità. Non avere mai tempo, al contrario, è un segno di regressione. E talvolta di stupidità autolesionista.


di Antonio Galdo - 10-03-2015

mercoledì 11 marzo 2015

70 anni dopo, può ancora accadere

La notte tra il 9 e il 10 marzo del 1945 l’esercito Usa scatenò l’inferno su Tokyo, sganciando 250 tonnellate di bombe e uccidendo 672.000 persone.  Appunti per una lezione di storia

“Possiamo meglio aiutarvi a evitare la Guerra non ripetendo le vostre parole e non seguendo i vostri metodi, ma cercando nuove parole e nuovi metodi” Virginia Woolf


La notte tra il 9 e il 10 marzo del 1945 il generale Curtis LeMay, capo del Ventunesimo Comando Aereo bombardieri statunitense, scatenò sulla scena del Pacifico un nuovo tipo di inferno tutto americano, mettendo sotto assedio la città di Tokyo.
Gli edifici in legno densamente abitati della città furono colpiti da 1.665 tonnellate di bombe incendiarie. LeMay ricordò più tardi che alcuni degli esplosivi furono mescolati con bombe incendiarie per demoralizzare le squadre antincendio (furono ridotti in cenere 96 camion di pompieri e morirono 88 pompieri).
Un medico giapponese ricorda “un numero infinito di morti” che galleggiava sul fiume Sumida. Quei corpi era “neri come carbone” e impossibili da identificare. In una sola notte ci furono 85.000 morti, 40.000 feriti e un milione di senzatetto. Questo fu solo il primo di una serie di bombardamenti che sganciarono 250 tonnellate di bombe per ogni metro quadro, distruggendo il 40 per cento della superficie delle 66 città sulla ‘lista nera’ (comprese Hiroshima and Nagasaki).
Secondo il progetto, l’area dell’attacco di Tokyo era per l’87,4 per cento zona residenziale, e si calcola che nel giro di sole sei ore morirono in un incendio più persone di quanto fosse mai accaduto prima nella storia dell’umanità. Sì, avete letto bene: il progetto prevedeva che l’87,4 per cento dell’area dell’attacco di Tokyo era zona residenziale.
Alla superficie, la temperatura raggiunse i 1.800 gradi Fahrenheit. Le fiamme che si produssero dagli incendi erano visibili da duecento miglia di distanza. A causa del calore intenso, le acque dei canali iniziarono a bollire, i metalli si fusero e gli esseri umani bruciavano spontaneamente.
A maggio del 1945, il 75 per cento delle bombe sganciate su Tokyo erano incendiarie. Time Magazine e simili scrissero così: “Accese per benino, le città giapponesi bruceranno come foglie d’autunno”. La campagna di bombardamenti americani causò la morte di 672.000 persone, per la maggior parte civili. Sì, avete letto bene: la campagna di bombardamenti statunitense causò la morte di 672.000 persone, per la maggior parte civili.
Radio Tokyo definì quella tattica “bombardamento-strage” e la stampa giapponese dichiarò che con quegli attacchi aerei “l’America aveva rivelato la sua vera natura barbarica… un tentativo di eliminazione di massa di donne e bambini… L’azione degli Stati uniti d’America è ancora più deprecabile se si considera quanto essa si vanti sempre a gran voce della  sua vocazione umanitaria e idealistica… Nessuno si aspetta che la guerra non sia un fatto brutale, ma gli Usa l’hanno sistematicamente e gratuitamente trasformata in un orrore infinito che miete vittime innocenti”.
Invece di smentire, un portavoce del Quinto Comando Aereo definì “l’intera popolazione del Giappone un giusto obiettivo militare”. Il colonnello Harry F. Cunningham spiegò senza mezzi termini la politica statunitense: “Noi militari non giochiamo a boxe e non organizziamo pic-nic della domenica. Noi facciamo la guerra, e facendola usando tutti i mezzi possibili, salviamo molte vite statunitensi, abbreviamo quell’agonia che la guerra stessa rappresenta e cerchiamo di raggiungere una pace duratura.  Noi intendiamo stanare e distruggere il nemico ovunque egli (o ella) sia, in numero più alto possibile e nel minor tempo possibile. Per noi, in Giappone non ci sono civili”.
La mattina del 6 agosto del 1945, prima che scoppiasse la bomba di Hiroshima, un titolo sulla prima pagina dell’Atlanta Constitution diceva: “Pioggia di fuoco di 580 B-29 su altre quattro città della lista nera”.
Ironicamente, il successo degli attacchi aerei di Curtis LeMay aveva effettivamente eliminato Tokyo dalla lista dei possibili obiettivi delle bombe. Non c’era più niente da bombardare. LeMay divenne poi, dal 1961 al 1965, Capo di Stato Maggiore delle forze aeree statunitensi e immortalò se stesso dichiarando che voleva “ricacciare a suon di bombe il Vietnam del Nord all’Età della Pietra”; nel 1968 fu anche candidato vice presidente con George Wallace, dichiarato segregazionista.
Quando gli fu chiesto quale fu il suo ruolo nel bombardamento di Tokyo del 1945,  LeMay disse: “Credo che se avessimo perso la guerra, sarei stato processato e condannato come criminale di guerra. Per fortuna siamo stati noi i vincitori”.
Gli uomini che idearono e portarono a termine l’orrendo attacco descritto sopra sono oggi considerati parte della “Grande Generazione” di questo paese. Se dovessimo definirli correttamente, questi uomini non sono che terroristi.
Non dimenticatelo: tutto questo può ancora accadere.
#shifthappens
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* Mickey Z, ovvero Michael Zezima, è scrittore ma anche giornalista e fotografo, e vive a New York. Autore di oltre dieci libri, tra quelli tradotti in Italia «Salvate Il Soldato Potere: I falsi miti della Seconda Guerra Mondiale» (Il Saggiatore). Chiunque desideri sostenere i suoi sforzi da pensatore critico, da sempre impegnato con i movimenti sociali, può farlo con una donazione qui. Comune è il sito in Italia al quale invia periodicamente i suoi articoli. Questo articolo, tradotto da Skoncetata63 per Comedonchisciotte.org, è apparso (con il titolo 68 Years Ago: Greatest Generation Firebombs Tokyo (What We’re Up Against) per la prima volta nel 2013 su Countercurrents.org. Altri articoli di Zezima sono qui

Tramite: 
http://comune-info.net/

martedì 10 marzo 2015

Un villaggio di case sugli alberi in piemonte è in continua espansione

villaggio alberi
Un intero villaggio che vive sugli alberi di castagno  tra le montagne del NorOvest d’Italia. che coniuga perfettamente vita nella natura, sviluppo sostenibile e i comfort della modernità.
Piccola, di legno e sostenibile, la casa sull’albero è il rifugio in cui vivere una vita tranquilla e a contatto con la natura, una vita in cui non si deve correre e non si deve rincorrere.
Un progetto di vita che è il desiderio di molti, vivere liberi e in simbiosi con la natura pura e semplice è la sfida che si sono proposti di affrontare gli abitanti di questa piccola comunità nata in un bosco di latifoglie.
In Piemonte, il sogno della casa sull’albero è diventato realtà. A sette metri di altezza ecco le casette a un piano unico, di legno e con le pareti ricamate da decorazioni lignee, dove vivono 12 adulti e una bambina di un anno. Immersi tra i  hanno creato il  primo villaggio ‘arboricolo’ di Italia. Le case, realizzate con le più innovative tecniche di bioedilizia, si integrano perfettamente alla natura e sono costruite utilizzando quanto più possibile materiali del bosco o materiali riciclati, e sorgono tutte sugli alberi di castagno ad un’altezza di 6-7 metri, supportate da grosse travi di legno, in stile vecchia palafitta.«Non siamo “figli dei fiori” o delusi della società e tanto meno eremiti», spiega Dario, papà di Galatea. E a conferma delle parole arriva il mestiere: Dario fa il manager e dirige la sua azienda che importa in Italia rum cubano. «Volevamo solo recuperare una vita che tutti noi sentivamo di perdere nelle nostre città. Qui noi non sopravviviamo, qui riusciamo a vivere più intensamente».  Molti lavorano lontano ma la sera tornano sui loro alberi.

Una delle case sugli alberi del villaggio arboricolo sui Monti Pelati

Ognuno qua si costruisce il proprio “nido” con non poca fatica. È il caso di Elisabeth, che da mesi si sta dedicando alla sua casa, con l’aiuto del resto degli arboricoli. È la più grande e spaziosa del villaggio, con tre piani e includerà anche un piccolo osservatorio che lambirà le sommità delle chiome. La poesia in questo lascia spazio alla vera fatica: «Servono carrucole, corde, volontà e buone braccia», spiega Elisabeth, intenta a issare le travi che serviranno per il terzo piano, «il resto, ce lo offre il bosco e la moderna tecnologia, come i materiali utilizzati per coibentare le pareti delle case contro il freddo». Un vero e proprio lavoro d’ingegneria, che è il risultato della loro esperienza e dello studio delle case già costruite in giro per l’Europa. «Da tempo cercavamo un posto così», dice Angelo, indicandoci la sua casa esagonale a due piani, con tanto di accogliente bagno, studio e camera da letto, «finalmente abbiamo trovato quello che volevamo e ci abbiamo messo radici. Il peso delle case non può essere sostenuto da tronchi giovani che non superano la quarantina d’anni; così usiamo travi di otto metri che pesano anche cinque quintali, poggiate su grossi massi e piantate accanto ai castagni».
ARBORICOLI-TORINO
Il risultato è un perfetto equilibrio di forme, con la massima attenzione e cura per l’ambiente circostante: «Inutile dire che, per noi tutti, il rispetto per l’ecosistema bosco è vitale, importantissimo», sottolinea Dario mentre ci offre un sorso del suo rum cubano. Bosco che sembra accettare bene i suoi inquilini: «Fino a due anni fa, questa zona che ci circonda», spiega Maria Pia, «era impoverita dall’eccessivo sfruttamento forestale. Ma rispettando l’ambiente, il numero delle specie vegetali, dagli alberi alla erbe spontanee, sta pian piano crescendo e la natura ritrova così il suo equilibrio».
Per raggiungere le abitazioni si percorre una stretta e tortuosa strada di montagna con l’auto, fino a quando diventa necessario proseguire a piedi per arrivare in questo luogo incantato. Gli abitanti  sono manager, farmacisti, biologi, infermieri, orafi e ricercatori, e a differenza di chi potrebbe pensare che sono degli eremiti, ogni giorno si spostano per andare nei loro rispettivi posti di lavoro, per poi la sera fare ritorno nel loro piccolo mondo, dove il grande spirito di adattamento e il sacrifcio, viene ripagato con l’esperienza unica di vivere sugli alberi a strettissimo contatto con la natura. L’ora del pranzo viene comunicata a tutti i componenti della comunità con il suono di una conchiglia, e tutti si riuniscono per mangiare in uno scenario del tutto esclusivo e spettacolare.
ARBORICOLI-TORINO2
Tra le case sugli alberi del villaggio piemontese, niente strade di asfalto, ma ponti e passerelle di legno sospese, che permettono di non scendere mai a terra per spostarsi da un punto all’altro del villaggio. Ad essere sospeso in aria è quindi l’intero villaggio, i cui abitanti, nonostante l’altezza e l’insolita abitazione non rinunciano alle comodità e alla tecnologia. Chi abita la casa sull’albero, infatti, non si fa mancare telefonino, computer e internet. Il villaggio di case sull’albero, iniziato a costruire nel 2002, è in continua espansione.
L’articolo è inspirato da  http://www.storiecredibili.it/2010/08/il-piccolo-popolo-che-vive-sugli-alberi di Antonio Gregolin Copyright 2014, pubblicato su RepubblicaXL

lunedì 9 marzo 2015

I due lupi, Leggenda Cherochee


"Nonno, perché gli uomini combattono?"

Il vecchio, gli occhi rivolti al sole calante, al giorno che stava perdendo la sua battaglia con la notte, parlò con voce calma:
"Ogni uomo, prima o poi, è chiamato a farlo. Per ogni uomo c'è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi 
"Quali lupi, nonno?
"Quelli che ogni uomo porta dentro di sé."
Il bambino non riusciva a capire. Attese che il nonno rompesse l'attimo di silenzio che aveva lasciato cadere fra loro, forse per accendere la sua curiosità. Infine il vecchio, che aveva dentro di sé la saggezza del tempo, riprese con il suo tono calmo
"Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo."
Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.
"E l'altro?"
"L'altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede."
Il bambino riprese a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero.
"E quale lupo vince?"
Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti.
"Quello che nutri di più."


Neghiamo la verità, ci fa paura: è così che ci estingueremo


Abbiamo così paura della verità che stiamo per autodistruggerci: evitiamo di guardare in faccia il conto alla rovescia della catastrofe climatica, quindi rimandiamo ogni soluzione e ci consegniamo alla fine. Secondo gli scienziati più pessimisti, l’estinzione dell’umanità potrebbe essere vicinissima, addirittura fra 15 anni, nel 2030. «E’ opinione diffusa oggi che stiamo per vivere la sesta grande estinzione di massa nella storia del pianeta», avverte Robert Burrowes. «L’ultima è avvenuta 65 milioni di anni fa, quando scomparvero i dinosauri». Oggi? «Stiamo perdendo la biodiversità a un ritmo simile ad allora. Ma questa estinzione la stiamo causando noi stessi. E noi ne saremo una delle vittime. L’unico dubbio è quando avverrà esattamente. E questo dubbio – aggiunge Burrowes – è fondato sulla presunzione non dichiarata, e fortemente discutibile, che possiamo continuare ad evitare una guerra nucleare». A indicare il termine ravvicinatissimo del 2030 è uno scienziato come Guy McPherson, che parla di «crisi del clima ed estinzione umana a breve termine». La “tempesta perfetta” di attacchi ambientali che stiamo attualmente infliggendo al clima del pianeta «sono già molto oltre quello che la Terra possa sopportare e assorbire».
Secondo McPherson, «si verificheranno in successione dei crolli definitivi di sistemi e processi ambientali fondamentali – ovvero, perdita degli habitat – che daranno il via all’estinzione dell’homo sapiens». Non tutti condividono i termini temporali di questa prospettiva, premette Burrowes in un post tradotto da “Come Don Chisciotte”. Ma aggiunge che in ogni caso tutti concordano sullo stesso timore: stiamo per raggiungere dei “punti di rottura”, superati i quali la sopravvivenza degli uomini diventerà molto problematica. Johan Rockström e James Hansen spiegano che sono stati superati già tre dei nove “limiti planetari interconnessi”, relativi al clima, alla perdita di biodiversità e ai cicli biogeochimici. Il professor Kevin Anderson, vicedirettore del principale istituto britannico che studia i modelli climatici, il “Tyndall Centre for Climate Change Research”, lancia l’allarme: attualmente le emissioni sono fuori controllo e di questo passo andiamo verso un aumento della temperatura del pianeta di 6°. Anche l’“International Energy Agency” e altre organizzazioni simili prevedono, di questo passo, un aumento di 4° della temperatura globale entro il 2040. Anderson accusa anche molti studiosi climatici di rimanere troppo inerti di fronte alle valutazioni poco realistiche fornite dai vari governi.
Le valutazioni ufficiali, continua Burrowes, non considerano l’impatto sinergico dei vari attacchi combinati al clima, compresi quelli non legati al clima, ovvero «gli attacchi all’ambiente causati dalla violenza militare (che spesso lasciano vaste aree inabitabili), la distruzione delle foreste pluviali, l’agricoltura industriale, le attività minerarie, la pesca commerciale e la diffusione della contaminazione nucleare causata da Fukushima». Stiamo anche distruggendo sistematicamente le già limitate riserve idriche del pianeta, continua Burrowes. «Il che significa che la scarsità di acqua sta già diventando oggi una realtà per una parte della popolazione del pianeta, e che entro il 2020 assisteremo al crollo dei sistemi idrogeologici. Le attività umane attuali stanno già facendo estinguere ogni giorno circa 200 specie, tra mammiferi, pesci, uccelli e insetti; l’80% delle foreste del mondo e il 90% dei grandi pesci degli oceani sono già stati distrutti». Eppure, nonostante queste informazioni siano facilmente disponibili, «i governi continuano a spendere ogni giorno 2 milioni di dollari in violenza militare, il cui unico scopo è quello di terrorizzare ed uccidere esseri umani».
Forse, condede Burrowes, l’estinzione umana non avverrà fino al prossimo secolo. «Ma sia che parliamo di estinzione entro il 2030, il 2040 o anche per il prossimo secolo, resta il fatto che l’estinzione è una possibilità ben definita». Ci sta: dopo 200.000 anni di vita della specie, «sembra una cosa ragionevole chiamarla “estinzione a breve termine”». Inevitabile? Molto probabile, secondo Burrowes. «Ma non solo perché stiamo infliggendo alla nostra terra troppi colpi mortali. L’estinzione è inevitabile a causa delle paure umane, in particolare di quelle inconsce. La paura in noi stessi e negli altri di cui non ci si rende conto, ma che spesso determina tre capacità di importanza vitale in qualsiasi contesto: il centro dell’attenzione, la nostra capacità di analizzare adeguatamente le prove (se cioè concentriamo o meno su di esse la nostra attenzione) e il nostro comportamento in risposta a tale analisi». Esempio: «Se tu non sai che è la tua paura che non ti fa vedere dei fatti sgraditi, allora non noterai neanche che la tua attenzione è rivolta altrove e hai già dimenticato quello che hai appena letto». Oppure, «la tua paura ti impedisce di analizzare adeguatamente le prove o di rispondere ad essa in modo intelligente».
La paura, ecco il problema: il timore di leggere correttamente la raltà, laddove è estremamente preoccupante. La paura «distorce la concentrazione mentale, la capacità di analisi e il comportamento dei leader di un paese, vale a dire i proprietari di aziende e dei loro lacchè burocratici, militari, d’informazione, accademici, politici e giudiziari». Inoltre, la verità è nemica del business: «In sostanza, è impossibile massimizzare i profitti di un’impresa in un mondo che contempla dei vincoli ambientali, siano essi dettati dalla propria sensibilità o imposti per legge; quindi sarà la paura a determinare l’attività aziendale disfunzionale, a prescindere dai suoi costi ambientali. E i dirigenti di un’azienda faranno in modo che i loro lacché politici e di altro genere non siano di ostacolo, poiché la paura che muove il loro comportamento è molto più profonda e forte delle paure legate all’ambiente. Ecco perché è inutile tentare di convincere i leader a modificare i loro comportamenti verso modelli di sostenibilità ambientale, di pace, di giustizia; è una totale perdita di tempo. E’ la loro paura che li blocca in ciò su cui sono concentrati, in quello che pensano e in quello che fanno; qualsiasi argomentazione, sia pure la più ragionevole ed evidente, non funzionerà per sbloccarli». Burrowes è pessimista: «Ce lo dice la storia: sarà la paura a impedirci di prendere in tempo utile delle misure adeguate». Questo almeno è il grande rischio che stiamo correndo, senza saperlo.