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23/01/21

Ernesto Che Guevara: Discorso alle Nazioni Unite, 11 dicembre 1964 - Video

 



Signor Presidente, signori delegati. I rappresentanti di Cuba davanti quest'assemblea si compiacciono di compiere, come prima cosa, il piacevole dovere di salutare l'incorporazione di tre nuove nazioni all'importante numero di quelle che qui discutono i problemi del mondo. Salutiamo allora nella persona del loro presidente e primo ministro i popoli di Zambia, Malawi e Malta e desideriamo che questi paesi si incorporino dal primo momento al gruppo delle nazioni non allineate che lottano contro l'imperialismo il colonialismo e il neo colonialismo. In alcuni casi si tratta di una cecità provocata dall'odio delle classi dominanti dei paesi latinoamericani contro la nostra rivoluzione in altri ancora più tristi è il prodotto dei bagliori risplendenti di Mammon. Come sanno tutti dopo il tremendo shock chiamato crisi dei caraibi gli Stati Uniti contrattarono con l'Unione Sovietica determinati compromessi che culminarono con la ritirata di un certo tipo di arma che le continue aggressioni di quel paese, come l'attacco mercenario di playa Giron o le minacce di invadere la nostra patria, ci obbligarono a installare a Cuba come atto di legittima e irrinunciabile difesa. I nordamericani pretesero inoltre che le Nazioni Unite ispezionassero il nostro territorio cosa a cui ci siamo negati enfaticamente visto che Cuba non riconosce il diritto degli Stati Uniti né di nessuno al mondo a determinare che tipo di armi possa avere dentro le proprie frontiere; in questo senso solo accetteremmo accordi multilaterali con uguali obblighi per tutte le parti come ha detto Fidel Castro: finché il concetto di sovranità esista come prerogativa delle nazioni e dei popoli indipendenti e come diritto di tutti i popoli noi non accetteremo l'esclusione del nostro popolo da questo diritto, mentre il mondo viene guidato da questi principi, mentre il mondo decide che questi concetti abbiano valenza universale perché sono universalmente accettati e consacrati dai popoli, noi non accetteremo di essere privati di nessuno di questi diritti, noi non rinunceremo a nessuno di questi diritti. Il signor segretario generale delle nazioni unite U Thant ha capito le nostre ragioni, tuttavia gli Stati Uniti pretesero stabilire una nuova prerogativa arbitraria e illegale, quella di violare lo spazio aereo di qualsiasi paese piccolo. Cosi hanno sorvolato l'aria della nostra patria aerei U2 o altri tipi di apparati spia che senza impunità navigano nel nostro spazio aereo. Abbiamo dato tutti gli avvertimenti necessari affinché cessino le violazioni aeree cosi come le provocazioni che i marine yankee fanno contro i nostri posti di vigilanza nella zona di Guantanamo, i voli radenti di aerei su navi nostre o di altre nazionalità in acque internazionali, gli attacchi pirati a barche di diverse bandiere e l'infiltrazione di spie sabotatori e armi nella nostra isola. Noi vogliamo costruire il socialismo. Ci siamo dichiarati sostenitori di quelli che lottano per la pace, ci siamo dichiarati dentro il gruppo dei paesi non allineati nonostante siamo marxisti-leninisti, perché i non allineati come noi lottano contro l'imperialismo. Vogliamo pace. Questa disposizione nuova di un Continente d'America è plasmata e riassunta nel grido che giorno dopo giorno le nostre masse proclamano come espressione incontestabile della propria decisione di lotta paralizzando la mano armata dell'invasore. Proclama che conta con la comprensione e l'appoggio di tutti i popoli del mondo e specialmente del campo socialista capeggiato dall'Unione Sovietica. Questo proclama è Patria o Morte.

Ernesto Che Guevara: Discorso alle Nazioni Unite, 11 dicembre 1964

25/06/19

Pensa ai bambini del Biafra, Vittorio Zanini


Quando da piccolo mi lamentavo per qualcosa, mia madre mi diceva sempre: "pensa ai bambini del Biafra che muoiono di fame perché non hanno neanche da mangiare". Non sapevo dove fosse il Biafra, immaginavo che si trovasse in qualche sperduta parte dell'Africa ma avevo l'immagine di quei bambini africani denutriti ridotti a uno scheletro visti in tv. In effetti mi faceva pensare, e quel'immagine è efficace ancora oggi: se mi capita di essere anche solo un po' giù, penso a tutti quelli che stanno peggio di me e subito mi sento fortunato e grato per quello che ho.

Vittorio Zanini

18/06/18

14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese


Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa TraoréInfatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:


– Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.

– Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.

– il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

di Mawuna Remarque Koutonin

FONTE: globalist.it

26/03/16

Prima che tu metta quella bandiera... il terrorismo-coloniale del Belgio in Congo e quei 10 milioni di morti dimenticati


«Di fronte alla spaventosa ferita causata dal commercio che, nell’interno dell’Africa, fa più di 100 mila vittime all’anno, i cittadini dei paesi civilizzati devono accordarsi per guarirla… per aprire alla civilizzazione la sola parte del globo, in cui essa non è ancora penetrata». Così disse re Leopoldo ii del Belgio davanti ai delegati della Conferenza geografica da lui promossa a Bruxelles nel 1876.


Ma in un’altra occasione non nascose le sue mire imperialiste sul Congo: «La storia insegna che le colonie sono utili…

Diamoci da fare per averne una anche noi… Guardiamo dove ci sono terre non occupate, popoli da civilizzare e guidare allo sviluppo, assicurandoci al tempo stesso nuove fonti di guadagno, impiego per le nostre classi medie, un po’ di azione per il nostro esercito e per tutto il Belgio l’opportunità di provare al mondo che anch’esso è un popolo imperiale, capace di governare e illuminare gli altri». Parole chiare; la storia fu peggiore.
STANLEY: IL BATTISTRADA
Verso la metà del 1800, l’Africa fu portata di nuovo alla ribalta europea dagli esploratori che vi si addentrarono per curiosità scientifica, scopi umanitari e missionari. I loro resoconti rivelarono pure le ingenti risorse naturali di cui era ricco il continente, scatenando tra le potenze europee, grandi e piccole, la corsa all’Africa.


Ne è un esempio il giornalista Henry Morton Stanley che, per conto del New York Herald e del londinese Daily Telegraph, tra il 1874 e 1877, diresse la prima spedizione africana da est a ovest, da Zanzibar all’Atlantico, discendendo tutto il corso del fiume Zaire. Così scrisse sul Daily Telegraph: «Vi posso provare che la potenza che possiederà il Congo potrà assorbire in se stessa il commercio di tutto il suo enorme bacino. Il fiume è e sarà la grande autostrada per i traffici dell’Africa occidentale».


Era proprio quello che cercava re Leopoldo II per realizzare le sue ambizioni coloniali. Per aggirare il governo belga, che non mostrava interesse né aveva risorse economiche e militari per un’avventura imperialista, nel 1876 il sovrano fondò l’Associazione internazionale dell’Africa (poi Associazione internazionale del Congo); nel 1878 prese Stanley al suo servizio e lo inviò nella regione congolese per stipulare contratti commerciali e diplomatici con le popolazioni dislocate nel bacino del fiume Zaire, ribattezzato Congo.


In pochi anni l’agente Stanley firmò oltre 400 trattati di commercio o protettorato con i capi locali; con il sostegno dello schiavista arabo Tippu Tip fondò diversi empori, tra cui Stanleyville (oggi Kisangani) e Léopoldville (Kinshasa) e avviò lo sfruttamento sistematico del paese.


L’esempio di Leopoldo fu imitato dal cancelliere Bismarck, che si precipitò a procurare un posto al sole per la Germania. Ma la comparsa sulla scena di due nuove potenze coloniali, provocò le reazioni della Francia, Gran Bretagna e Portogallo, i cui interessi nella regione risalivano a un periodo molto anteriore.


Per appianare le divergenze, fu convocata la Conferenza dell’Africa Occidentale, meglio conosciuta come Conferenza di Berlino, in cui parteciparono quasi tutti i paesi europei, più Turchia e Stati Uniti. Dal novembre 1884 al febbraio 1885, l’Africa fu spartita in zone di influenza, con confini che resistono a tutt’oggi. Le rivalità tra le varie potenze favorirono le mire di Leopoldo, sostenute dal Bismarck e l’antico regno del Congo fu diviso in tre parti: al Portogallo toccò l’Angola e Cabinda; alla Francia la fetta a nord del fiume Zaire; al monarca belga le terre esplorate da Stanley, cioè tutto il bacino del grande fiume e zone circostanti. Nasceva il Libero stato del Congo che il parlamento belga riconobbe come proprietà «esclusiva» di Leopoldo II, senza gravami sui contribuenti belgi.


Non pago dell’immenso territorio, grande come l’Europa (Russia esclusa), re Leopoldo, con pretesti più o meno «scientifici», organizzò spedizioni per impadronirsi, a nord, delle regioni del Sudan orientale e, a sud, delle province del Kasai e Baluba: quasi 2,5 milioni di chilometri quadrati.
L’ORRORE DEL CAUCCIÙ
NEL REGNO DI LEOPOLDO

«Nella maggioranza dei casi, l’indigeno deve compiere ogni due settimane un viaggio di un giorno o anche più per raggiungere nella foresta un luogo con una quantità sufficiente di alberi della gomma. Qui conduce una misera esistenza.


Deve costruirsi un riparo temporaneo che non può sostituire la sua capanna; non ha il suo cibo abituale, è esposto alle intemperie del clima tropicale e agli attacchi di bestie feroci. Deve poi portare il prodotto raccolto all’agenzia dell’amministrazione (o della compagnia); solo allora può tornare al suo villaggio, dove rimane appena due o tre giorni, prima che gli venga assegnato un nuovo compito. Di conseguenza la maggior parte del suo tempo è occupata nella raccolta del caucciù». Così si legge nella relazione della commissione d’inchiesta del 1906.


Ogni villaggio doveva consegnare all’amministrazione 5 pecore o maiali, o 50 galline, 125 carichi di manioca, 60 kg di caucciù, 15 di granturco o arachidi e 15 di patate dolci. L’intero villaggio doveva lavorare un giorno su quattro alle opere pubbliche.L’adempimento degli obblighi veniva assicurato da guardie africane reclutate in altre regioni, o da agenti prezzolati dello stesso villaggio. Con l’incoraggiamento dell’amministrazione, guardie e agenti perpetravano atti di inaudita ferocia: portavano via donne e beni; al minimo segno di resistenza mutilavano i malcapitati o li uccidevano.Spesso le compagnie organizzavano contro i villaggi spedizioni punitive nel corso delle quali – secondo il rapporto della commissione – uomini, donne e bambini venivano uccisi senza pietà. Con tali metodi le compagnie concessionarie e lo stesso Leopoldo intascarono decine di milioni.Con le rendite provenienti dal Congo, Leopoldo assicurò a ogni membro della numerosa famiglia reale un reddito annuo fra i 75 mila e i 150 mila franchi; acquistò in Belgio e in Francia vaste proprietà terriere per un valore di 30 milioni di franchi… Effettuò spese enormi per corrompere la stampa, creando un apposito ufficio che mascherasse i suoi crimini.


Il Libero stato del Congo non fu mai né libero né uno stato, ma un privato dominio che il monarca gestì senza alcun controllo, neppure da parte del governo belga.


Tutta la terra non coltivata fu dichiarata proprietà dello stato (cioè del re), che aveva il monopolio assoluto sulle sue risorse di valore immediato (avorio e caucciù) e sui minerali del sottosuolo, il cui sfruttamento fu concesso a varie compagnie, con accordi di affitto per 99 anni.


La scoperta del processo di vulcanizzazione della gomma e il suo impiego industriale fecero di quella colonia uno dei più grandi serbatoi mondiali di questo prodotto fondamentale per l’industrializzazione dell’Occidente. Ma occorreva mano d’opera per raccoglierlo e trasportarlo fino al mare.


Il problema fu subito risolto: tutti gli africani (ironicamente chiamati «cittadini») furono obbligati a raccogliere il caucciù senza alcun compenso e ogni villaggio doveva consegnare agli emissari del re-proprietario una certa quota del prezioso prodotto vegetale: chi si rifiutava, o consegnava quantità minori di quelle richieste, era punito duramente, fino alla mutilazione: a chi non produceva la quota di caucciù veniva tagliata una mano o un piede; alle donne le mammelle. Contro i ribelli si ricorreva all’assassinio, a spedizioni punitive, distruzioni di villaggi, presa in ostaggio delle donne.


A fare il lavoro sporco erano circa 2.000 agenti bianchi, disseminati nei punti più importanti del paese: molti di essi erano malfamati in patria e malpagati in Congo. Ogni agente comandava un certo numero di nativi armati (capitani), presi da etnie diverse e dislocati nei singoli villaggi, per assicurare che la gente facesse il proprio dovere. Se la quota era inferiore a quella stabilita, anche i «capitani» subivano fustigazioni o mutilazioni. Era il metodo del terrore, tanto efficace quanto diabolico.


In 23 anni di esistenza, nel libero stato del Congo morirono circa 10 milioni di persone, direttamente per la repressione o indirettamente per epidemie o fame, dovuta alla distruzione punitiva dei raccolti. Fu un vero genocidio, in cui perì quasi metà della popolazione congolese, stimata a circa 20-25 milioni di abitanti nel 1880.
A ciò si aggiunga la caduta del tasso di natalità: un missionario giunto in Congo nel 1910 fu stupito dall’assenza quasi totale di bambini tra i 7 e i 14 anni, nati cioè tra il 1896 e il1903, periodo in cui la raccolta di caucciù raggiunse il suo apice.


OLOCAUSTO IGNORATO
Come mai l’opinione pubblica non fermò in tempo tali atrocità? Perché, ancora oggi, esse rimangono quasi sconosciute?


A nessuno viene in mente che i massacri avvenuti in questi anni nella regione dei Grandi Laghi hanno radici negli orrori del colonialismo?


Leopoldo diceva di non essere responsabile davanti a nessuno per ciò che i suoi agenti facevano in Congo. In Belgio, il parlamento e l’opinione pubblica in generale consideravano l’intera impresa imperialistica come un affare sporco del sovrano e non ne volevano sapere. Alle altre potenze coloniali il monarca diceva di guardare in casa propria: agli americani rinfacciava lo sterminio dei pellerossa, ai tedeschi l’eliminazione degli herero in Namibia; agli inglesi gli orrori della guerra anglo-boera; ai francesi gli stessi suoi metodi (lavoro forzato, ostaggi, distruzione di villaggi) praticati nell’Africa Equatoriale.


Quando le notizie delle atrocità commesse in nome di Leopoldo cominciarono a diffondersi attraverso i missionari, si scosse anche l’opinione pubblica, prima quella mondiale, poi anche quella belga.
Il nero americano George Washington Williams, partito per il Congo nel 1890 e constatata l’entità del martirio inflitto ai congolesi, scrisse una lettera a Leopoldo, rinfacciandogli che i servizi pubblici efficenti da lui sbandierati erano un’impostura: non vi erano né scuole né ospedali, ma solo qualche capanna «neppur degna di ospitare un cavallo». 

Un libro sul genocidio dimenticato


I missionari, che erano stati per lungo tempo testimoni impotenti, trovarono un megafono per le loro testimonianze soprattutto in Edmond Morel: scoperti i loschi traffici nascosti dietro il commercio del caucciù, si buttò anima e corpo nella lotta contro i «nuovi negrieri».


Di fronte alla crescente ostilità dell’opinione pubblica e sotto la pressione di Inghilterra, Francia e Germania, nel 1906 Leopoldo II fu costretto a nominare una commissione d’inchiesta per indagare sulla gestione del suo stato e discolparsi dalle accuse. Recatasi sul posto, la commissione fu sconvolta da quanto aveva constatato e rivelò al mondo le atrocità del regime coloniale (vedi riquadro). Leopoldo usò tutti i mezzi per conservare la sua proprietà personale, fino a sborsare ingenti somme per confondere l’opinione pubblica, ma alla fine non gli restò altra scelta che cedere il suo possedimento al Belgio.


Era l’agosto del 1908. Per otto giorni consecutivi, Leopoldo bruciò la maggior parte degli archivi della sua colonia personale, prima di consegnarla ufficialmente al Belgio. «Regalerò ai belgi il mio Congo, ma non avranno diritto a sapere ciò che vi ho fatto» disse. E oltre agli archivi ridotti in cenere, ridusse drasticamente al silenzio i testimoni diretti.
Fu così che una parte importante della storia della dominazione di Leopoldo II sul Congo e di coloro che vi si opposero è «sparita» dalla memoria degli europei, più rapidamente e più completamente del ricordo degli altri stermini di massa che hanno accompagnato la colonizzazione dell’Africa.PATERNALISMO TRIONFANTE
Nel 1908 il parlamento del Belgio votò l’annessione del Congo, denominato Congo Belga. Il governo accettò volentieri il passaggio di proprietà: l’anno prima vi era stato scoperto il primo diamante (vedi riquadro).


Per guarire le ferite del periodo leopoldino, furono ripensati obiettivi e metodi della politica coloniale: fu abolito il lavoro forzato, soppressi i monopoli sui prodotti agricoli, limitata l’espropriazione delle terre appartenenti alle comunità, fu redatto un Codice del lavoro per gli addetti allo sfruttamento delle miniere.


Vennero rinegoziate le vecchie concessioni e varie compagnie ricondotte sotto stretti controlli amministrativi. Ma poiché intere regioni del Congo continuarono a essere dominate dalle grandi imprese finanziarie e minerarie (Unilever, Société Générale du Belgique, Union Minière du Haut Katanga…), i metodi di gestione e sfruttamento non si differenziarono molto da quelli leopoldini.


Dal 1919 in poi, la produzione agricola (olio di palma, caffè, gomma) delle compagnie e degli indigeni, lo sviluppo delle miniere di rame del Katanga e la scoperta dei diamanti assicurarono una bilancia commerciale favorevole alla colonia: ciò permise di attuare miglioramenti sociali in settori come istruzione, sanità, abitazione.


Erano, però, provvedimenti del tutto paternalistici: servivano a formare aiutanti più sani e adeguati nello sfruttamento del paese. Fino al 1950, per esempio, l’istruzione superiore era quasi inesistente: nel 1953 c’era una scuola secondaria ogni 870 scuole elementari.


Al paternalismo si univa un bel pizzico di razzismo. Una legge dell’amministrazione leopoldina del 1898 obbligava bianchi e neri a risiedere in zone diverse della città; solo nel 1926 un’ordinanza stabilì che gli amministratori territoriali potevano concedere eccezioni (forse per maggiore comodità della servitù indigena).


Inoltre, ai congolesi era proibito l’uso di alcolici e di circolare nelle ore notturne (divieto in vigore fino al 1959); non avevano accesso alla partecipazione nel governo generale e nell’amministrazione delle 5 province in cui era divisa la colonia. Solo a livello locale i capi tribali potevano esercitare una certa autorità e democrazia.


Soldati e poliziotti non venivano addestrati per accedere a posti di responsabilità (almeno fino al 1957), ma servirono ottimamente come carne da macello nelle due guerre mondiali. Durante la prima guerra mondiale le truppe congolesi combatterono con gli alleati in Africa, strappando ai tedeschi la colonia del Rwanda-Urundi, che la Società delle Nazioni affidò in mandato al Belgio (1919).
VERSO L’INDIPENDENZA
Nel corso della seconda guerra mondiale venne potenziata l’attività industriale ed estrattiva, soprattutto dell’uranio, utilizzato nella fabbricazione delle prime bombe atomiche. Nell’esperienza bellica il Congo acquistò anche una maggiore coscienza del proprio ruolo e la crescita delle istanze anticolonialiste nei paesi asiatici e africani determinò la comparsa di movimenti indipendentisti, che in un primo momento il Belgio tentò di contrastare con la concessione di alcune riforme, in particolare nel settore agricolo e dell’insegnamento.


Di fronte alle crescenti rivendicazioni indipendentiste, nel 1955 Baldovino i lanciò la proposta di una comunità belga-congolese; ma l’opinione pubblica del Belgio continuava a disinteressarsi alla colonia, vista come un affare che non riguardava la gente per bene e che era meglio lasciare alle cure del Ministero delle colonie, delle missioni cattoliche e di poche importanti società di Bruxelles.


Intanto, dalle scuole cattoliche, era uscita una nuova classe, detta degli «evoluti», che si confrontò con la cultura occidentale assorbendola. Nel 1957 fu permessa la formazione di partiti e, alla fine dell’anno, la popolazione nera partecipò per la prima volta all’elezione dei consigli cittadini: i suoi rappresentanti ottennero la maggioranza dei seggi.


Tra i numerosi movimenti tribali, solo il Movimento nazionale congolese (Mnc), guidato da Patrice Lumumba, riuscì a coagulare gli interessi nazionali, contrastando le tendenze secessioniste e inalberando la bandiera dell’indipendenza.


Dopo gli scontri sanguinosi avvenuti a Léopoldville nel 1959, durante una manifestazione nazionalista, re Baldovino cercò di calmare gli animi, promettendo una rapida indipendenza. Ma i coloni bianchi risposero con una nuova ondata di terrore.


Quello stesso anno, il governo belga e i rappresentanti congolesi s’incontrarono a Bruxelles, per stabilire le modalità della concessione dell’indipendenza. Ma tra i leader politici congolesi non vi era identità di vedute: mentre il Mnc di Lumumba sosteneva la costituzione di uno stato unitario, al di là delle differenze etniche e regionali, l’Abako (Associazione dei bakongo) e il Conakat (Confederazione delle associazioni katanghesi) sostenevano la creazione di una confederazione.
Le elezioni del maggio 1960 diedero la maggioranza al Mnc: Lumumba assunse la guida del governo, cedendo la presidenza a Joseph Kasavubu, leader dell’Abako. La Repubblica indipendente del Congo fu proclamata il 30 giugno del 1960.
Note:Leopoldo II del Belgio, ovvero l’orrore in Congo



Fonte: Missioni Consolata, “Le mani sul Congo”, numero monografico ottobre/novembre 2004
(ripreso nel novembre 2015 da operaicontro.it)

26 marzo 2005 – Benedetto Bellesi (direttore di Missioni Consolata)

Fonte: l'antidiplomatico.it  

22/11/15

Le origini del caos arabo



Perché il Medio-Oriente è così rovente? Un passo indietro dall'attualità nella Storia per comprendere il presente.
   
«Non c’è nulla oggi nella nostra vita privata o pubblica che non sia direttamente o indirettamente influenzato da qualche movimento umano proveniente da questa zona».
Mark Sykes

L’inverno del 1915 non vide, come già il precedente, la fine della Grande Guerra. Il secondo Natale al fronte non presentava grandi novità: le trincee correvano su tutto il Vecchio Continente, Parigi era ancora sotto la minaccia delle armate del Kaiser, in Galizia i soldati russi e austriaci morivano a migliaia per il freddo, mentre le forze italiane sognavano Trieste e Trento sulle cime delle Alpi.

Chi non risentiva delle condizioni meteo era la diplomazia europea. Il lavorio delle cancellerie, che già aveva trascinato il mondo alle armi nel tragico luglio 1914, aveva ora come obiettivo la pianificazione del nuovo ordine mondiale: la Vittoria non poteva certo tardare, e per quel tempo trovarsi senza una linea d’azione sarebbe stato quantomeno imprudente.
Si spartivano dunque territori, si cambiavano nomi, si assoggettavano colonie smembrando imperi e stati nemici, in un risiko gigantesco quanto tragico. Tra questi divertissement  geopolitici risalta, per la sua importanza nelle sorti future del Medio Oriente e del mondo Arabo, l’accordo Sykes-Piquot, del marzo 1916.

Dato per scontato il trionfo dell’Intesa sul debole e decadente Impero Ottomano, Francia e Regno Unito s’accordarono, insieme alla Russia, per spartire i territori del Sultano in tre zone d’influenza. L’alleata Italia fu completamente ignorata, nonostante avesse anch’essa numerose ambizioni nel bacino orientale del Mediterraneo. In segreto venne deciso il destino di milioni di arabi, desiderosi di affrancarsi dall’odiato dominio turco e unirsi in un unico regno indipendente. Le illusioni panarabe, foraggiate dall’Intesa in chiave anti-ottomana, vennero demolite dalla spartizione franco-inglese della Mesopotamia e del Vicino Oriente, così determinate: Siria, Libano, la parte superiore dell’Irak e il confine meridionale turco alla Francia; tre quarti dell’Irak, la Giordania e la Palestina all’Inghilterra.

Del famoso regno arabo indipendente nessuna traccia. Come se non bastasse, col successivo atto inglese dell’anno seguente (Dichiarazione Balfour), veniva dato il via all’insediamento sionista in Palestina, aprendo la via al dramma palestinese. Nessuna considerazione delle aspirazioni locali, nessun rispetto delle tradizioni e della Storia: il lato più becero dell’imperialismo europeo si manifestava in tutta la sua tragica stupidità e arroganza.

Londra e Parigi, che già si erano spartite l’Africa e l’Estremo Oriente, entrarono in possesso di questi vasti e importantissimi territori, ricchi di risorse energetiche, vere cerniere strategiche tra Asia e Europa, Mediterraneo e Oceano Indiano.

Ai tavoli di Versailles, una volta finita la guerra, lo sbandierato principio di autodeterminazione dei popoli, utile a mutilare la vittoria italiana, non fu applicato per le grandi potenze. Con lo strumento fittizio dei mandati la Società delle Nazioni avallava l’asservimento coloniale sancito dagli accordi del 1916.

Dovrà venire un’altra guerra mondiale per affrancare questi popoli dal dominio economico-militare anglo-francese, definitivamente esautorato con le grandi nazionalizzazioni petrolifere degli anni Sessanta, quando il socialismo arabo sembrava finalmente permettere l’unione, nel segno della laicità e della giustizia sociale, del proprio mondo.

Cessata quella splendida ma effimera stagione, il fondamentalismo islamico, le responsabilità occidentali, la povertà e la miseria hanno nuovamente infiammato quella martoriata regione, che – è bene ricordarlo –  ha dato tanto alla civiltà umana.

DI ANTONIO MARTINO - 19 NOVEMBRE 2015


Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/