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11/08/20

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

 


Con la sua pretesa scientificità, l'economia si sta mangiando la nostra civiltà creando attorno a noi un deserto dal quale nessuno sa come uscire. Meno di tutti gli economisti.
Ma il modo c'è, dico io. E, tanto per restare nel tema di questi giorni, ripropongo la mia vecchia idea: essendo fallite tutte le rivoluzioni, l'unico modo per non farsi consumare dal consumismo è quello di digiunare, digiunare da qualsiasi cosa che non sia assolutamente indispensabile, digiunare dal comprare il superfluo. Se venissi ascoltato sarebbe la fine dell'economia. Ma se l'economia continua a imperversare come fa, sarà la fine del mondo. Basta guardare questa piccola isola dove nel giro di pochi anni le foreste sono state tagliate e le spiagge cementificate in nome del progresso e dello sviluppo economico!
Per l'economia è una «buona notizia» che la gente compri di più, costruisca di più, consumi di più. Ma l'idea degli economisti che solo consumando si progredisce è pura follia. E’ così che si distrugge il mondo, perché alla fine dei conti consumare vuol dire consumare le risorse della Terra. Già oggi usiamo il 120 per cento di quel che il globo produce. Ci stiamo mangiando il capitale. Che cosa resterà ai nostri nipoti?
Gandhi nel suo mondo semplice, ma preciso e morale, lo aveva capito quando diceva: «La Terra ha abbastanza per il bisogno di tutti, ma non per l'ingordigia di tutti».
Grande sarebbe oggi l'economista che ripensasse l'intero sistema tenendo presente ciò di cui l'umanità ha davvero bisogno. E non solo dal punto di vista materiale.
Siccome il sistema non cambierà da sé, ognuno può contribuire a cambiarlo... digiunando. Basta rinunciare a una cosa oggi, a un'altra domani. Basta ridurre i cosiddetti bisogni di cui presto ci si accorge di non aver affatto bisogno. Questo sarebbe il modo di salvarsi. Questa è la vera libertà: non la libertà di scegliere, ma la libertà di essere. La libertà che conosceva bene Diogene che andava a giro per il mercato di Atene borbottando fra sé e sé: «Guarda, guarda, quante cose di cui non ho bisogno!»
Quello di cui oggi abbiamo tutti bisogno è la fantasia per ripensare la nostra vita, per uscire dagli schemi, per non ripetere ciò che sappiamo essere sbagliato.

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, p. 245-246

05/06/20

Tiziano Terzani: Un indovino mi disse


Un anno senza prendere l'aereo, un viaggio avventuroso per l'Asia, dal mondo occulto degli indovini, al suicidio di un continente ammaliato da un modello altrui, ossessionato dallo sviluppo.

Mancavano pochi giorni alla fine del 1992, la guerra fredda era finita bene, il Pil mondiale cresceva, la scienza svelava, la tecnica applicava per l’industria, l’Occidente si specchiava con ottimismo. Intanto, Tiziano Terzani, corrispondente di guerra, giornalista internazionale serio ed affermato, navigava sul Mekong. Con tranquillità imperturbabile il serpente fangoso stendeva le sue spire tra il Laos e la Thailandia. Silenzio, calma e lumini ad olio, sospesi sulla riva laotiana, innanzi al futuro tailandese con l’elettricità, i motori e la musica altra; “su quale sponda la felicità?“, si domandava Tiziano Terzani. Una domanda sciocca nel 1992.

Tuttavia il giornalista serio non avrebbe sofferto la noia di un cenone in ambasciata, né al club dei corrispondenti. Meglio una frittata di uova di formiche rosse e lo scroscio di una cascata nel verde, sull’altopiano di Bolovens; in mezzo ad una natura strana, macchia più che foresta, dalla quale perfino gli uccelli erano fuggiti, come si era disciolta qualunque memoria umana più antica della Guerra del Vietnam (1955-1975). Non una capanna di contadini, non una pagoda del Buddha era scampata al conflitto. Nessun luogo della Terra era stato bombardato di più.

Fu allora, in uno scenario surreale, che il primo gennaio 1993, l’impresa poetica della quale fantasticava Terzani ebbe inizio. Per un anno, il corrispondente dall’Asia non avrebbe volato;

dopo una vita sensata, all’insegna della ragione, mi permettevo ora una decisione fondata sulla più irrazionale delle considerazioni e mi imponevo così un limite senza senso.

L’occasione di perdere l’aereo Terzani l’aveva incontrata ad Hong Kong nel 1976, quando un’amica cinese, appassionata giocatrice d’azzardo, era riuscita a trascinarlo dal suo indovino di fiducia. La donna contava di scoprire quali sarebbero stati i suoi giorni fortunati – per giocarseli nei casinò di Macao – in un anonimo e fatiscente palazzone, cui il caldo asfissiante vietava di chiudere le porte. Difendevano gli appartamenti, soltanto lucchetti ed inferriate. Traspiravano l’aria, i profumi dell’incenso, il lume rossastro di un altare degli antenati.

L’indovino cinese si adoperò per quella che avrebbe dovuto essere l’unica cliente, poi notò l’accompagnatore: «è lui che mi interessa». Terzani si lasciò guardare, misurare l’avambraccio, toccare la fronte, dichiarò la propria data di nascita:

Circa un anno fa tu stavi per morire di morte violenta e ti salvasti sorridendo […] Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai.

Molti indovini tentano di avvalorare le previsioni, mirando anzi tutto al passato. Descrivere in maniera plausibile situazioni generiche, il sesso o il numero dei figli senza conoscerli, non costituisce una casualità eccessivamente improbabile, specialmente quando la fantasia del cliente credulone si scatena per rimediare agli errori. Più difficile indovinare, tirando a caso, come in Cambogia, esattamente un anno prima, Terzani si fosse trovato in pericolo, tra le urla dei guerriglieri Khmer Rossi – Cia… Cia… American, American ! – ed innanzi ai loro mitra spianati; col sorriso li aveva persuasi ad attendere l’arrivo di un capo prima di sparare. Nessuno conosceva l’accaduto. Mesi di incubi avevano forse lasciato un segno segreto che soltanto l’indovino poteva scorgere?

Dopo molti anni, lo scampato pericolo si trasformò nell’occasione per rispettare un limite di quota insensato, al quale fu divertente aggiungere il divieto di pernottare negli hotel del turismo di massa ed il proposito di consultare un indovino in ogni luogo visitato; abbracciando forte l’ultima splendida Asia, anch’essa in marcia, se pur nella direzione opposta, alla via sulla quale Terzani si era incamminato, oltre le delusioni moderne del comunismo cinese e del capitalismo in Giappone. Un indovino mi disse (1995) è così la storia leggera di un anno in viaggio, di un fiorentino diffidente ma senza pregiudizi, tra talismani magici, antiche dottrine, indovini; attraverso i paesaggi di un’Asia che per inseguire la modernità occidentale, perdeva sé stessa.

Festeggiato Capodanno, il viaggio di ritorno, dal Laos alla mitica Turtle House di Bangkok, corse in automobile. Dopo decenni in cui, secondo gli antichi colonizzatori francesi, i laotiani avevano indugiato ad ascoltare il riso che cresceva, già piantato dagli operosi vietnamiti, anche il Laos si era arreso allo sviluppo. Rifiutato per anni, da ultimo il governo australiano aveva potuto costruire il bel ponte sul Mekong. Follemente i lao, per vivere a modo loro, avevano rifiutato di lasciarsi attraversare dai dollari, dall’autostrada Pechino-Singapore, dai turisti e dalle merci del porto di Bangkok; retrogradi si ostinavano ancora a chiamare il bel ponte: «ponte dell’Aids». La vecchia capitale Luang Prabang, sarebbe stata circondata dall’autostrada e schiusa da un nuovo grande aeroporto. La civiltà del denaro e dei consumi sarebbe atterrata anche nell’unico paese in cui, perfino i dirigenti comunisti raccomandavano di tener fede alle promesse, votate allo spirito del fiume.

Il Laos, da uno stato d’animo, come una bionda hippie aveva sussurrato a Terzani nel 1972, si sarebbe trasformato in un parco giochi come tanti;

Che brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più mefitiche ! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino di infanzia, a una Disneyland senza confini. Presto anche nella vecchia e remota capitale reale del Laos sbarcheranno migliaia di questi nuovi invasori, soldati dell’impero dei consumi, e con le loro macchine fotografiche, le loro implacabili videocamere, gratteranno via quell’ultima naturale magia che lì è ancora dovunque.

A Bangkok non c’erano più le tradizionali case palafitte di legno, né si navigava sul capillare sistema di canali, ormai interrati ed origine dello stagno chiuso, nel quale, innanzi ad una delle ultime case vecchie, si era rifugiata l’enorme tartaruga carnivora che aveva ispirato il nome di Turtle House, come Terzani e la moglie Angela avevano ribattezzato la più bella delle loro residenze asiatiche.

La Thailandia aveva appresto bene la lezione, ospitava basi militari americane, non era mai stata comunista, era aperta al turismo, gioiva della sua rigogliosa crescita economica. Bangkok era anzi una città moderna, con i grattacieli, il fervore edilizio, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, un quinto della popolazione senza casa, un sessantesimo malato di Aids, una prostituta ogni trenta donne, continui incidenti stradali mortali, oltre 700 suicidi ogni mese. I pii, gli spiriti dei luoghi, erano infuriati.

Dalla città, con il miracolo economico, se ne era andato via il fascino ma erano rimasti gli indovini. Moltissimi thai portavano indosso tatuaggi fortunati o amuleti. Perfino il capo del governo Chatichai Choonhavan (1929-1998), schieratosi a fianco degli Stati Uniti in occasione della prima Guerra del Golfo (1990-1991), aveva ritenuto di tranquillizzare la popolazione, preoccupata per il terrorismo islamico, dichiarando alla stampa che non c’era pericolo, lo aveva scoperto il suo astrologo.

Fu la moglie dell’amico filosofo Sulak Sivaraksa, buddhista, mancato Nobel per la pace e spesso incarcerato, perché critico nei confronti di una classe dirigente colpevolmente dimentica della tradizione, a consigliare un bravo indovino.

Terzani ingaggiò una interprete che non lo conoscesse e la attese presso un albergo nel quale non alloggiava. Anche stavolta l’indovino era cinese, cieco, volle conoscere soltanto l’ora e la data di nascita. Le prime divinazioni riguardarono il passato di un uomo, generoso, dal carattere difficile e dalla mente irrequieta, un quadro che avrebbe potuto esser vero per chiunque; il cieco si arrischiò quindi a tratteggiare una salute precaria negli anni dell’infanzia (vero), trascorsi presso una famiglia che non sarebbe stata quella naturale (falso), un periodo difficoltoso tra 24 e 29 (vero), la laurea in ingegneria (falso). Terzani iniziò presto a distrarsi, l’indovino, forse percependo il calo di attenzione, passò alle cattive nuove. Con simili stelle non c’era da arricchirsi; una brutta notizia se il suo cliente fosse stato cinese. Mai ricco, eppure famoso; in quale modo? «Scrivendo!».

Presentimento talmente verosimile da suscitare la suggestione di avere comunicato mentalmente la risposta; esperienza per altro destinata a ripetersi anche presso altri indovini, apparentemente in grado di anticipare le domande, lasciarsi suggerire le risposte (nessuna lingua in comune), o descrivere le persone senza vederle: si alzò come dovesse toccarla e descrisse fisicamente Saskia come davvero l’avesse davanti, sempre che in qualche forma quell’indiana in trance non ce l’avesse avuta davvero. Intanto, affermò l’indovino cieco, il pericolo aereo era già stato corso e superato nel 1991. Il 1994 sarebbe stato propizio per l’impossibile trasferimento in un nuovo paese, stanti i contratti per Turtle House e con Der Spiegel. Desiderata, l’India aveva ancora molto da attendere.

Sempre a Bangkok, Terzani assistette all’incontro tra i vincitori del Premio Nobel per la Pace ed a seguito del noioso discorso del Dalai Lama, conobbe Gelon Karma Chang Choub, un tempo Stefano Brunori, giornalista fiorentino. Giunti in oriente nello stesso anno (1971), un collega era corso verso l’Asia moderna, il materialismo storico, la Guerra del Vietnam; l’altro aveva scoperto un’Asia antica, mistica e aveva lasciato la moglie per entrare in un monastero tibetano di Katmandu.

Ospite a Turtle House, Chang Choub raccontò del suono fastidioso dei corni, del duro digiuno dopo mezzo giorno, karma, reincarnazione, maestri reincarnati, di un attimo in chiarità, il satori, meta di una vita ma ancora tristemente lontano. Terzani fu contento dei momenti con Chang Choub, anche senza accettare le sue dottrine che avvolte sembravano folli, quanto la reincarnazione in esplosione demografica.

La mattina Chang Choub si metteva nella nostra salà, il piccolo padiglione di legno sullo stagno, raccolto, immobile, a occhi chiusi, a meditare. Da lontano lo osservavo, ma non riuscivo a togliermi di dosso quel senso di infelicità che, tutto sommato, la sua presenza mi trasmetteva. C’era, fra il colore della sua pelle e quello della sua tonaca, una profonda contraddizione.. [a Katmandu] Chang Choub potrebbe sentirsi terribilmente solo, solo come mai, alla fine di una vita di cui avrebbe da chiedersi, come forse già gli capita di fare, se non l’ha spesa perseguendo la meta di altri, dietro un’illusione che non era nemmeno la sua.

Per secoli, gli antenati dei due giornalisti si erano ritirati a La Verana, come san Francesco, o nel monastero di Camaldoli. Vie più consone? Si domandava Terzani.

Terzani lasciò Bangkok in treno, pur senza aerei avrebbe continuato a viaggiare in Asia e a scrivere per Der Spiegel. L’autorevole settimanale tedesco aveva accettato la stravaganza del suo corrispondente come fosse un’opportunità, anziché licenziarlo. E proprio il cammino terrestre permise di visitare Betong, poco prima della frontiera malese. La regione di confine era stata pericolosa spie, soldati, guerriglieri comunisti. Poi con la pace Betong si era riempita di bordelli per i turisti malesi. Guerriglieri arresi facevano da guida tra gli accampamenti abbandonati, prestando vecchie armi e cappelli con la stella rossa per le foto ricordo.

Terzani intendeva scrivere dei cinesi della diaspora, i ku li (forza amara) o coolie che avevano abbandonato un Celeste Impero, otto-novecentesco, fumoso d’oppio, colonizzato, confuciano; ove i ricchi mercanti erano considerati socialmente inferiori ai contadini. Lasciato l’Impero per il Nan Yang (mare del Sud), i coolie avevano sognato la prosperità materiale più che l’armonia di Confucio e trasformato una nera miseria nel primato economico in molti paesi del sud-est asiatico: se un pescatore indonesiano cattura molto pesce, poi può riposare per giorni, mentre un pescatore cinese torna immediatamente verso quel mare, fu spiegato a Terzani.

Alla fine dell’incontro con un coolie malese, professore di storia, Terzani domandò dove potesse trovare un indovino: «Indovini? Li odio». La madre del professore era stata una donna forte, devota alla famiglia, poi un indiano le aveva predetto la morte entro un anno; improvvisamente ella aveva iniziato a tradire il consorte, ad indebitarsi per il gioco, a mancare da casa. Conosciuta la ragione, il marito aveva perdonato ma scaduto l’anno, la donna non era riuscita a mutare condotta, rovinando l’infanzia del professore. Nel mondo degli indovini, ricorrevano anche simili storie.

In Malesia, prima di rassegnarsi alla fine dell’Impero Britannico, gli inglesi avevano disegnato le frontiere in modo che i cinesi, la cui madrepatria era diventata comunista, rimanessero una minoranza. Nella nuova nazione, l’aspirazione a forgiare un’identità comune era durata poco, cinesi i grattaceli, i supermercati, i tassisti; malesi i militari, i poliziotti, i politici. La divisione razziale era andata progressivamente rafforzandosi, ad arginare, secondo i malesi, riscopertisi bumiputra (figli del suolo) se pur secondi agli orang asli della giungla, il materialismo ed il potere economico cinese.

Nel 1981, Mahathir Mohamad era giunto al governo, deciso a dotare i malesi di un’identità forte ed al contempo a garantire loro uno schiacciante predominio demografico, era riuscito a ricondurre il tradizionale Islam malese alle forme di una interpretazione rigida, sconosciuta innanzi. Il velo mediorientale sostituì i tradizionali, sensuali sarong femminili, nonostante la calvizie e le malattie cutanee che esso favoriva con il caldo equatoriale.

Ai primi anni Novanta, il nuovo Islam si era sviluppato e radicalizzato anche troppo per i politici malesi che già temevano il fondamentalismo. Terzani visitò la comunità di Al Arqam, vicino Kuala Lumpur, lì i veli coprivano anche la faccia delle donne, mentre gli uomini raccontavano la vita del fondatore, Ashaari Mohammad (1937-2010), pronunciandone il nome con deferenza.

Dai venti ai quaranta anni, chi sceglieva Al Arqam, doveva vivere nella comunità; poi tornava a lavorare nel mondo, dividendo i guadagni con il gruppo.

Non siamo affatto contro ciò che è moderno.. Siamo solo contro la modernità di tipo occidentale che è esclusivamente materialistica e non spirituale. Siamo per uno sviluppo che non danneggi la natura e non sfrutti altri popoli,

raccontò un ideologo del gruppo. Inoltre Al Arqam aveva propri campi e proprie fabbriche, per dotarsi del necessario secondo un’economia ispirata ai principi dell’Islam, anziché a quelli del profitto.

Al momento dei saluti, questi calmi e sereni hippies totalitari, mussulmani anche oltre l’ora di preghiera, iniziarono a sembrare meno matti che all’arrivo. Al Arqam confermò a Terzani quanto già compreso attraverso l’Asia centrale nel 1991. L’Islam sostituiva il comunismo quale rivolta degli oppressi e si opponeva al materialismo dilagante, se pure agli occhi di un giornalista europeo poteva rimanere eccessivamente velato, antiquato e repressivo.

Al limite della Penisola Malese, l’odorosa Singapore tropicale del 1971 non esisteva più. La prima casa asiatica di Terzani era scomparsa. Nella capitale dei coolie si era passati dai pantaloni di seta ai tailleur, dalla gentilezza indiana ai tic giapponesi, dal caldo all’aria condizionata e agli alberi finti. Gli oppositori non venivano più imprigionati ma «rotti», in una prigione sotterranea, progettata con la consulenza israeliana, e quindi liberati con un nuovo lavoro, sempre per il governo.

Salpare da Singapore non fu rinfrescane, la nave per l’isola di Tanjung Pinang, in Indonesia, era un’astronave, non permetteva di uscire sul ponte, costringendo i viaggiatori a sopportare la solita aria condizionata. I cinesi d’Indonesia o singaporini tuttavia stavano bene in coperta, con lo sguardo immerso dentro qualche schermo; “ognuno aveva un suo «progetto» di sviluppare, di costruire, di cementificare qualcosa“. In Indonesia, i cinesi costituivano un discriminato 2% della popolazione e nonostante i pogrom del passato, controllavano il 70% del commercio, le maggiori industrie e le maggiori banche.

Alcuni indonesiani parevano non preoccuparsene. L’interprete Norodin, orgoglioso della propria stirpe Batak (tribu Karò), raccontò di come secondo le sue tradizioni, l’umanità ebbe origine dalle scimmie che diventate troppe per stare tra i rami, decisero di mandare a terra metà della popolazione. L’autista era fuggito da un villaggio della parte occidentale di Sumatra, lì il regime era matriarcale; una delle ragazze più brutte si era accordata con sua madre per sposarlo. A Sumatra non vi sarebbe stato uno dei felici matrimoni combinati, scoperti da Terzani in Asia, come la promessa tra Michael e Nancy, devoti cattolici del vecchio quartiere portoghese di Malacca, depositari di una saggezza dimenticata ad occidente in nome del culto della libera scelta: ama chi sposi e non sposare chi ami.

Oltre lo Stretto di Malacca invece, l’autista e l’interprete di Terzani erano fedeli islamici ma non avevano studiato all’estero, magari in Arabia Saudita come i malesi. In Indonesia c’era ancora “un mondo fatto di gente varia, non omogeneizzata, di gente che viveva ancora a modo suo, con aspirazioni e preoccupazioni diverse da quella di diventare ricchi“. Naturalmente tali collaboratori conoscevano un bravo dunkun, o bomoh su altre isole. La magia, con una concezione animista dell’Universo, era rimasta spesso una sorta di religione profonda dell’arcipelago.

Il dukun indonesiano di Terzani condusse l’ospite in una stanza completamente buia, lo fece sedere su di una stuoia, attorno alla quale, quando ebbe acceso tre candele, si delinearono cinque specchi rotondi e delle uova. Conclusa una lunga recitazione, della quale Terzani comprese soltanto il proprio nome e quello di Allah, il dukun estrasse una lente di ingrandimento ed esaminò accuratamente gli specchi; quindi certificò che Terzani non aveva il malocchio. Fu il primo indovino a non predire le fortune economiche del suo cliente. La Cina era non era vicina.

A Tanjung Pinang sorgeva anche una missione cattolica. Anni di giornalismo in Asia avevano insegnato a Terzani, come il modo migliore per conoscere una nuova realtà locale, fosse spesso quello rivolgersi ai gesuiti, o in assenza di questi ad un missionario cattolico. Padre Willem era esperto di dukun.

Eppure, appena giunto in Indonesia, la prima reazione del giovane sacerdote era stata quella di irridere la superstizione insulare; scherzosamente aveva sfidato la magia erotica di uno stregone,

«Prova con me! Mandami una bella ragazza!…» I preti più anziani l’avevano rimproverato e messo in guardia. Non bisognava mai sfidare quella gente. La fede -gli dissero- è una grande difesa contro la magia, ma anche la fede ha i suoi alti e bassi e un dukun potente avrebbe potuto sconfiggerla.

Poi, dopo trent’anni lontano dall’Olanda, padre Willem raccontava di aver visto un uomo, lanciare, con la forza del pensiero, un chiodo incandescente contro la casa del rivale, presto avvolta dalle fiamme, di ossa rotte guarite in quattro giorni, applicando intorno al braccio una poltiglia di gallo nero, di montagne sulle quali non si riusciva ad arrivare senza chiedere permesso allo spirito guardiano. Le storie di padre Willem non parevano credibili, eppure egli era un uomo di chiesa e non sembrava affatto pazzo.

Sacerdote e giornalista convennero che un’antica sapienza poteva essere stata smarrita e che forse presto sarebbe andata perduta anche al livello delle pratiche,

«È triste, ma anche la magia sta scomparendo.. La televisione fa vedere il resto del mondo e tutti vogliono diventare come tutti. È triste, ma è così.. E ora assisto a uno strano fenomeno: loro si muovono sempre più verso la mia civiltà e io mi muovo sempre più verso la loro. Questo è diventato per me un vero problema di coscienza», disse padre Willem. «Sono un prete, sono venuto qui a portare la mia fede, ma in qualche modo mi interesso sempre di più alla loro fede, sono affascinato dal loro mondo, il mondo vero, quello che sta sotto il mondo delle apparenze fatto di Islam, di Buddhismo e anche del mio cristianesimo.» Come lo capivo!

Anche senza aereo Terzani non rinunciò, come ogni anno, alle vacanze in Europa. Via terra e via mare, attraverso la Cambogia, il Vietnam, la Cina e la Mongolia, potevano riprendere forma e bellezza i confini, disegnati dalla natura e dai popoli,

ecco di nuovo una frontiera che vedevo, che sentivo fisicamente; di nuovo la gioia di un paese che sentivo di meritarmi per la fatica che facevo nell’avvicinarmi, lentamente, ad uno dei suoi passi.. A una curva alzai gli occhi e la Cina con la sua storia, la sua cultura, la sua grandezza era lì in un’imponente, vecchia fortificazione.. Mi lasciavo dietro un povero, duro, testardo piccolo paese [Vietnam] ed entravo in un maestoso impero, sicuro e pieno di sé.

Niente a che vedere con centinaia di atterraggi, sempre uguali, nel medesimo globalizzato degli aeroporti.

Da Nanning, nell’estremo sud della Cina, i binari giungevano fino in Europa. Come fuori dal tempo, in Mongolia, fu lo scrittore polacco Ferdinand Ossendowski (1876-1945) ad accompagnare Terzani che volle rileggere Bestie Uomini e Dei, nei loghi ove lama e streghe avevano letto il destino del mistico, sanguinario generale zarista Ungern von Sternberg (1886-1921).

Percorsa tutta la Transiberiana, l’anno senza aerei non era finito, rimaneva da raggiungere Londra per l’edizione inglese di Buona notte, signor Lenin. Terzani avvistò le bianche scogliere di Dover, navigando la Manica. Il tunnel sottomarino in costruzione sarebbe stato poco romantico.

Da qualche parte c’è qualcuno, per il quale nessuno ha votato, che spinge perché il mondo giri sempre più alla svelta, perché gli uomini diventino sempre più uguali in nome di una roba chiamata «globalizzazione» di cui pochi conoscono il significato e ancor meno hanno detto di volere,

pensava Terzani innanzi alla brama di scavare sotto il mare, o magari forare le montagne per correre sempre più veloce.

Lasciata l’Inghilterra, Amburgo sorse lentissima, tra l’Elba e il Mare del Nord, solo alle navi mostrava l’anima anseatica. Nella sede di Der Spiegel si avverarono le promesse impossibili di numerosi indovini, il trasferimento in un paese nuovo nel 1994. Una sede da corrispondente si era liberata, l’India.

La Triesete riportò Terzani verso oriente, felicemente accompagnato dalla moglie Angela, da La Spezia a Singapore. La ciurma era tutta italiana, gli ufficiali eleganti e raffinati. Poi, come nei romanzi, evasi marinai, romantici mozzi, nostromi; eppure qualche sindacato aveva ritenuto che fosse più dignitoso tradurli nella neolingua: tutti comuni polivalenti.

Il cuoco napoletano che mai servì due volte lo stesso piatto, si dispiaceva che il telefono gli avesse tolto la possibilità di scrivere a casa e ricevere lettere. Le cabine degli allievi ufficiali erano vuote. Il capitano lamentava che non ci fosse più da saper guardare il mare, neanche per scoprire una secca. L’uomo poteva pure dimenticare la sua conoscenza millenaria, meglio lasciar fare alle macchine.

Tutto il tempo a bordo avevamo la sensazione di assistere a qualcosa che finiva.. Poco dopo aver doppiato il Capo Guardafui, guarda e fuggi, il marconista ricevette un messaggio dei sindacati che invitavano l’equipaggio a far sciopero: la società di Stato, proprietaria della Trieste, era in trattative per venderla. Al suo ritorno la nave sarebbe passata sotto il controllo di qualche multinazionale, che l’avrebbe ribattezzata, l’avrebbe registrata in qualche paese di comodo e avrebbe sostituito gli italianissimi «comuni polivalenti» con marinai asiatici, magari cinesi, pagati meno di 50 dollari al mese. Quello era dunque l’ultimo viaggio di una delle poche navi che battevano ancora bandiera italiana. Seduto a poppa, mi chiedevo quanto ancora potrà durare un mondo così, retto esclusivamente dai criteri incolti, disumani e immorali dell’economia.

Secondo il calendario cinese, l’anno senza aerei sarebbe finito l’otto febbraio 1994. A dicembre, giunse a Bangkok l’invito per un Capodanno gregoriano insolito quanto quello nel Laos. Morto Pablo Escobar (1949-1993), imprigionato Manuel Noriega (1934-2017); Khun Sa era asceso a nuovo re della droga. Tale sovrano invitava Terzani, con il giornalista svedese Bertil Lindner, ammirato dal collega come una sorta di Sven Hedin (1865-1952) reincarnato, a festeggiare il nuovo anno alla sua coorte.

Khun Sa era un personaggio davvero sinistro, il fiume immenso di dolore, morte ed eroina che inondava il mondo, sgorgava allora soprattutto dal suo Paese degli Shan, la minoranza etnica in guerra contro il governo centrale birmano. Il re della droga si atteggiava allora quale Che Guevara degli Shan che sarebbero stati ben contenti di sradicare i papaveri in cambio dell’indipendenza -la guerriglia costa cara- come pare il loro comandante avesse offerto varie volte agli Stati Uniti. I coltivatori avevano poco da guadagnare rispetto alla catena degli intermediari. Lo stesso Terzani ricordava poi come fosse stata proprio la Cia, ad aiutare i nazionalisti cinesi, sconfitti in patria da Mao Zedong, a stabilirsi in Birmania e di lì, a portare avanti la guerriglia anticomunista, finanziandosi con l’oppio; Kun Sa si era schierato al loro fianco, guadagnandosi lo stesso appoggio.

In questo modo Terzani concluse l’anno, duettando al karaoke con il re della droga e visitandone la villetta, l’unica casa in muratura nella sua piccola capitale, Ho Mong.

Ai muri c’erano le foto ricordo di alcuni stranieri: un lord inglese con la moglie, il figlio di un capo della polizia di New York, un ex colonnello americano delle Forze Speciali. «Perché sono qui ?» «Amici», fu la risposta.

Due comode strade collegavano Ho Mong alla Thailandia e la linea telefonica permetteva di chiamare in tutto il mondo. I grandi manager della droga, forse davvero più importanti e rispettabili di Khun Sa, dormivano negli stessi hotel ed usavano le stesse banche di tutti gli altri manager.

In estremo oriente i sevizi segreti mantenevano al loro interno anche esperti astrologi. Anticipare i consigli politici dell’astrologo nemico, poteva rivelarsi vantaggioso per prevedere le scelte di una nazione. A Hong Kong perfino i britannici si votavano alle stelle, per tentare di anticipare la Cina occulta. Mentre, forse, i servizi segreti indiani, sudcoreani o vietnamiti, avrebbero desiderato conoscere l’esatta ora natale del presidente cinese Deng Xiaoping (1904-1997): un segreto di stato.

Khun Sa non temeva il cielo e rivelò tranquillamente le informazioni utili per farsi scrivere l’oroscopo.

A Ho Mong sorgeva una pagoda, gli Shan erano buddisti e l’abate astrologo. Terzani, assieme a Lindner, fu ricevuto l’ultima notte prima della partenza. Il monaco domandò ai giornalisti quando fossero nati, Terzani dichiarò la mattina del ventidue febbraio 1934, il compleanno di Khun Sa. “Tu hai avuto un’infanzia difficile e senza guida. Forse hai perso i genitori quando eri ancora piccolo. La tua è una vita di avventure.. nel tuo cuore ci sono state varie donne e hai avuto molti figli..“, Terzani temette di essere scoperto, la biografia coincideva in maniera spaventosa con quella del re della droga. Neanche l’abate seppe però distinguere il guerrigliero Shan dal trafficante di morte,

Tu hai molti nemici e te ne crei sempre di nuovi. La tua vita è sempre stata in pericolo.. il tuo è uno strano oroscopo, un oroscopo pieno di misteri. Sei qualcuno di cui pochi sanno davvero chi sei, se sei una persona buona o una cattiva.

Il miglior astrologo andò perso, per fare uno scherzo.

Diversi indovini e per primo il monaco fiorentino Chang Choub, avevano consigliato di meditare. Per decenni, Terzani aveva classificato la meditazione come una distrazione dal mondo, lo svago di personaggi scapestrati. Eppure la posizione giusta per concludere un anno come il 1993 doveva essere quella del loto, con un corso nel nord della Thailandia. L’insegnante John Coleman (1930-2012), seguiva il metodo di Sayagyi U Ba Khin (1899-1971), dal quale lui stesso aveva imparato, proprio la tecnica di meditazione che un impressionante indovino birmano aveva consigliato a Terzani.

Con Un indovino mi disse, entravano così nell’opera letteraria di Terzani i temi fondamentali della meditazione, dell’interesse per la spiritualità e la religione, la differenza culturale quale valore imprescindibile; assieme alla condanna netta del primato economico e del modello unico, imposto al mondo con la globalizzazione. Passando dai fronti caldi, ove la strategia geopolitica delle potenze forgiava i grandi eventi, al mondo degli indovini e delle culture dietro agli eventi, il giornalista serio ed affermato dubitò che i colleghi non lo prendessero per matto o che i suoi lettori non lo capissero ma il successo dell’Indovino fu enorme ed immediato.

L’incidente aereo capitò invece a Joachim Holzgen che Der Spiegel aveva inviato in oriente per sostituire Terzani, quando non era possibile rinunciare a volare. Il 20 marzo 1993 a Siem Reap, in Cambogia, un elicottero della missione Onu che trasportava 15 giornalisti, precipitò in fase di atterraggio. Quindici metri di altezza, i serbatoi pieni che inzupparono i passeggeri ma forse la scintilla non era a bordo e non ci furono vittime. Fato o banale coincidenza ? «Al diavolo te e il tuo indovino ! Hai visto ?», aveva esclamato Holzgen, dal suo letto d’ospedale, appena udita la voce di Terzani.

Dopo l’incidente considerare la predizione solamente come un gioco divenne più difficile, non fu però ragione di perdersi nella fumisteria degli indovini. Concluso il corso di meditazione, anche il calendario cinese iniziava ormai a volgere al termine, “mancavano ancora due settimane alla vera fine del 1993 e del mio anno senza aerei, ma io sentii una gran voglia di riaffermare la mia fiorentinità, di riprendere in mano il mio destino, e di sfidare quella proibizione con cui ero vissuto per tredici mesi “: Chiang Mai-Bangkok, Tiziano Terzani riprese il volo.



di Alessio Mariani

fonte: lintellettualedissidente.it

13/12/17

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio


Allora questa è la fine, ma è anche l’inizio di una storia che è la mia vita e di cui mi piacerebbe ancora parlare con te per vedere insieme se, tutto sommato, c’è un senso.
È la mia vecchia teoria: se diventi un esperto di formiche capisco il mondo. Se ti dedichi con compassione, con amore, con tanto ‘culo sulla seggiola’ a qualsiasi soggetto, arrivi a capire il mondo.
La verità è una terra senza sentieri. Cammini, trovi. Non c’è chi ti dice ‘Guarda, il sentiero per la verità è quello’. Non sarebbe la verità.

Se rimani nel conosciuto non scoprirai niente di nuovo.
Ci vuol coraggio, ci vuole determinazione, ci vuole fantasia, ma le possibilità ci sono. Non è che tutte le porte sono chiuse, che il mondo è già tutto sprangato e i posti sono già presi dagli altri. Ma per nulla!
Io trovo che la cosa più bella che un giovane possa fare è di inventarsi un lavoro che corrisponde ai suoi talenti, alle sue aspirazioni, alla sua gioia, e senza quella arrendevolezza che sembra così necessaria per sopravvivere.
‘Ah ma io non posso perché..’
Tutti possono. Ma capisci quello che dico? Bisogna inventarselo! Ed è possibile, possibile, possibile.
Mi piaceva pensare che i problemi dell’umanità potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti: un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo perché solo dei poeti ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia libera la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente.
Ed è questo di cui avremmo bisogno oggi:pensare diversamente.

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio

10/12/17

Tiziano Terzani, Il kamikaze della pace




In questo lungo video Tiziano Terzani é raccontato attraverso diverse interviste filmate ed i video di alcuni suoi interventi per la pace in alcune scuole italiane e svizzere. Terzanici spiega perchè dobbiamo cambiare rotta nella nostra vita, e come dobbiamo farlo. Una critica radicale e impietosa alla modernità desacralizzata del consumismo e della tecnologia fine a se stessa. E ci porta in dono i suoi lunghi anni di viaggi e soggiorni all'estero da cui ci racconta il senso profondo di altre vite e altre culture da lui conosciute e in un certo senso vissute in prima persona. Una complessa visione figlia dell'esperienza espressa con semplicità e chiarezza estrema con le parole di chi é in grado di compiere una sintesi della propria vita e dolcemente ci suggerisce anche come arrivarci. Un video non scontato che si può prestare a molte benefiche riflessioni.

11/01/15

Tiziano Terzani - Il mondo arabo islamico. Dobbiamo metterci a capire gli altri. Rispetto per la diversità.



Una delle cose che mi sorprende moltissimo è che in questo nostro paese – affacciato sul Mediterraneo, dinanzi a tutto il mondo arabo islamico – ci sia così poca gente che si dedica allo studio della lingua araba, della cultura araba e della religione islamica. Ormai ci dedichiamo al Giappone e alla Cina forse perché li consideriamo dei grandi mercati, ma non ci dedichiamo a questo mondo che abbiamo dinanzi a casa. È inconcepibile che possiamo continuare a garantirci un futuro senza avere un’apertura verso questo mondo con il quale, già nel passato, abbiamo avuto grandi rapporti.

Questo demonizzare il nemico – già definirlo così – fare di tutta una cultura che ha una sua tradizione e una sua storia l’humus in cui nasce il terrorismo è pura follia. Dobbiamo metterci a capire gli altri. E non dico soltanto i musulmani, ma tutto ciò che è altro.
Il mondo è pieno di gente che non vuol vivere come noi, sognare come noi, mangiare come noi, e molta gente fra noi stessa sta diventando così, per il rifiuto del consumismo, per il rifiuto di questa globalizzazione che globalizza i princìpi, i prodotti e fa di ognuno di noi semplicemente dei consumatori. Bisogna prendere seriamente in considerazione questo rispetto per la diversità.

Tiziano Terzani

09/01/15

Tiziano Terzani, Il kamikaze della pace





In questo lungo video Tiziano Terzani é raccontato attraverso diverse interviste filmate ed i video di alcuni suoi interventi per la pace in alcune scuole italiane e svizzere. Terzani ci spiega perchè dobbiamo cambiare rotta nella nostra vita, e come dobbiamo farlo. Una critica radicale e impietosa alla modernità desacralizzata del consumismo e della tecnologia fine a se stessa. E ci porta in dono i suoi lunghi anni di viaggi e soggiorni all'estero da cui ci racconta il senso profondo di altre vite e altre culture da lui conosciute e in un certo senso vissute in prima persona. Una complessa visione figlia dell'esperienza espressa con semplicità e chiarezza estrema con le parole di chi é in grado di compiere una sintesi della propria vita e dolcemente ci suggerisce anche come arrivarci. Un video non scontato che si può prestare a molte benefiche riflessioni.

Il Sultano e San Francesco Non possiamo rinunciare alla speranza


Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri gia' grande e tu proponesti di scambiarci delle "Lettere da due mondi diversi": io dalla Cina dell'immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall'America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma e' in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l'impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.
Ti scrivo anche - e pubblicamente per questo - per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. La' morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana - la ragione; il meglio del cuore - la compassione.
Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. "Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia", scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all'indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui uso' di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell'umanita', un'opera che sembra essere ancora di un'inquietante attualita'.
Pensare quel che pensi e scriverlo e' un tuo diritto. Il problema e' pero' che, grazie alla tua notorieta', la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta.
Il nostro di ora e' un momento di straordinaria importanza. L'orrore indicibile e' appena cominciato, ma e' ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilita' perche' certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti piu' bassi, ad aizzare la bestia dell'odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecita' delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l'uccidere. "Conquistare le passioni mi pare di gran lunga piu' difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me", scriveva nel 1925 quella bell'anima di Gandhi. Ed aggiungeva: "Finche' l'uomo non si mettera' di sua volonta' all'ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sara' per lui alcuna salvezza".
E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non e' nella tua rabbia accalorata, ne' nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela piu' accettabile, "Liberta' duratura".
O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo e' mondo non c'e' stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sara' nemmeno questa.
Quel che ci sta succedendo e' nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d'aver davanti prima dell'11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilita' di nulla, tanto meno all'inevitabilita' della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.
Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre piu' tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor piu' determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor piu' terribile violenza - ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguira' necessariamente una loro ancora piu' orribile e poi un'altra nostra e cosi' via.
Perche' non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari "intelligente", di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui.
Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologiche - Stati Uniti in testa - d'impegnarsi solennemente con tutta l'umanita' a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilita'. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale - di per se' un'arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l'orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L'arte di non essere governati: l'etica politica da Socrate a Mozart). L'autore e' Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all'Universita' di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff e' che la politica, nella sua espressione piu' nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici piu' profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all'uomo la necessita' di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civilta'.
Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino - un marchio che e' anche una protezione -, lo condanna all'esilio dove quello fonda la prima citta'. La vendetta non e' degli uomini, spetta a Dio.
Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell'uomo occidentale perche' col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro e' servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilita' della violenza che non raggiunge mai il suo fine.
Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e cosi', attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore.
A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle "Tigri Tamil", votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di "Hamas" che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po' di pieta' sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull'isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l'Imperatore. I kamikaze mi interessano perche' vorrei capire che cosa li rende cosi' disposti a quell'innaturale atto che e' il suicidio e che cosa potrebbe fermarli.
Quelli di noi a cui i figli - fortunatamente - sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l'ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio.
Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perche' io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolvera' uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.
Niente nella storia umana e' semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c'e' raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, e' il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell'evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L'attacco alle Torri Gemelle e' uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non e' l'atto di "una guerra di religione" degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non e' neppure "un attacco alla liberta' ed alla democrazia occidentale", come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell'Universita' di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse da' di questa storia una interpretazione completamente diversa. "Gli assassini suicidi dell'11 settembre non hanno attaccato l'America: hanno attaccato la politica estera americana", scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri - l'ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l'anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico - si tratterebbe appunto di un ennesimo "contraccolpo" al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l'elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.
Il "contraccolpo" dell'attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall'installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l'Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell'Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana "a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico".
Cosi' si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.
Esatta o meno che sia l'analisi di Chalmers Johnson, e' evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c'e', a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi "amici", qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa e' stata la trappola.
L'occasione per uscirne e' ora.
Perche' non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perche' non studiamo davvero, come avremmo potuto gia' fare da una ventina d'anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?
Ci eviteremmo cosi' d'essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre piu' disastrosi "contraccolpi" che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta.
Magari salviamo cosi' anche l'Alaska che proprio un paio di mesi fa e' stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo sanno - sono fra i petrolieri.
A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull'Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese e' legato al fatto d'essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell'Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l'India e da li' nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall'Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli "orribili" talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si e' impegnata col Turkmenistan a costruire quell'oleodotto attraverso l'Afghanistan.
E dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessita' di proteggere la liberta' e la democrazia, l'imminente attacco contro l'Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. E per questo che nell'America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell'industria petrolifera con quelli dell'industria bellica - combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all'interno del paese, in ragione dell'emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie liberta' che rendono l'America cosi' particolare.
Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l'aggettivo "codardi", usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, cosi' come la censura di certi programmi e l'allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L'aver diviso il mondo in maniera - mi pare - "talebana", fra "quelli che stanno con noi e quelli contro di noi", crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l'America ha gia' sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.
Il tuo attacco, Oriana - anche a colpi di sputo - alle "cicale" ed agli intellettuali "del dubbio" va in quello stesso senso. Dubitare e' una funzione essenziale del pensiero; il dubbio e' il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste e' come volere togliere l'aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d'aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande.
In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo "ufficiale" della politica e dell'establishment mediatico, c'e' stata una disperante corsa alla ortodossia. E come se l'America ci mettesse gia' paura. Capita cosi' di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan e' un importante simbolo di quell'America che per due volte ci ha salvato. Ma non c'era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam?
Per i politici - me ne rendo conto - e' un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor piu' l'angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civilta' combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici.
Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente.
Ma questo ci impone anche grandi responsabilita' come quella, non facile, di andare dietro alla verita' e di dedicarci soprattutto "a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia", come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America.
Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che e' complicato. Ma non si puo' esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunita' di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi.
Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa e' l'Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l'arabo, oltre ai tanti che gia' studiano l'inglese e magari il giapponese?
Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente e', come capita da noi, console ad Adelaide in Australia.
Mi frulla in testa una frase di Toynbee: "Le opere di artisti e letterati hanno vita piu' lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno piu' in la' degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di piu' di tutti gli altri messi assieme".
Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per "gli altri", per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provo' una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufrago' e lui si salvo' a malapena. Ci provo' una seconda volta, ma si ammalo' prima di arrivare e torno' indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l'assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati ("vide il male ed il peccato"), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraverso' le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c'era ancora la Cnn - era il 1219 - perche' sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell'incontro. Certo fu particolarissimo perche', dopo una chiacchierata che probabilmente ando' avanti nella notte, al mattino il Sultano lascio' che San Francesco tornasse, incolume, all'accampamento dei crociati.
Mi diverte pensare che l'uno disse all'altro le sue ragioni, che San Francesco parlo' di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d'accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressivita' e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia.
Ma oggi? Non fermarla puo' voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all'orrore dell'olocausto atomico pose una bella domanda: "La sindrome da fine del mondo, l'alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l'uomo piu' umano?". A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere "No".
Ma non possiamo rinunciare alla speranza.
"Mi dica, che cosa spinge l'uomo alla guerra?", chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. "E possibile dirigere l'evoluzione psichica dell'uomo in modo che egli diventi piu' capace di resistere alla psicosi dell'odio e della distruzione?" Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c'era da sperare: l'influsso di due fattori - un atteggiamento piu' civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire.
Giusto in tempo la morte risparmio' a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.
Non li risparmio' invece ad Einstein, che divenne pero' sempre piu' convinto della necessita' del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all'umanita' un ultimo appello per la sua sopravvivenza:
"Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto".
Per difendersi, Oriana, non c'e' bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c'e' bisogno d'ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni.
M'e' sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha gia' i poteri della preveggenza, "vede" che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell'acqua ad affogare per salvare gli altri.
Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della liberta' di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell'incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocita' commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden?
"Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate", scrive in questi giorni dall'India agli americani, ovviamente a mo' di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell'esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse si'.
L'immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del "nemico" da abbattere e' il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell'Afghanistan, ordina l'attacco alle Torri Gemelle; e' l'ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; e' il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo pero' accettare che per altri il "terrorista" possa essere l'uomo d'affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui e' piu' conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci piu' i campi per far crescere il riso, muoiono di fame?
Questo non e' relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, puo' esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sara' difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare.
I governi occidentali oggi sono uniti nell'essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti.
Molto meno convinti pero' sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio e' diffuso cosi' come e' diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra.
"Dateci qualcosa di piu' carino del capitalismo", diceva il cartello di un dimostrante in Germania.
"Un mondo giusto non e' mai nato", c'era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Gia'. Un mondo "piu' giusto" e' forse quel che noi tutti, ora piu' che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalita' ed ispirato ad un po' piu' di moralita'.
La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perche' ora tornano comodi, e' solo l'ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi.
Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalita' internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese piu' reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato ne' il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, ne' il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L'interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l'utilita' del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sara' presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i "lavoretti sporchi" di liquidare qua e la' nel mondo le persone che la Cia stessa mettera' sulla sua lista nera.
Eppure un giorno la politica dovra' ricongiungersi con l'etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze.
A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa citta' mi fa male e mi intristisce. Tutto e' cambiato, tutto e' involgarito. Ma la colpa non e' dell'Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una citta' bottegaia, prostituita al turismo! E successo dappertutto. Firenze era bella quando era piu' piccola e piu' povera. Ora e' un obbrobrio, ma non perche' i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perche' i filippini si riuniscono il giovedi' in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione.
E cosi' perche' anche Firenze s'e' "globalizzata", perche' non ha resistito all'assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato.
Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso e' scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch'io non mi ci ritrovo piu'.
Per questo sto, anch'io ritirato, in una sorta di baita nell'Himalaya indiana dinanzi alle piu' divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, li' maestose ed immobili, simbolo della piu' grande stabilita', eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo.
La natura e' una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto piu' grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono piu'. Guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passera' anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.
Perche' se quella non e' dentro di noi non sara' mai da nessuna parte. 

Tiziano Terzani

Firenze, 7 ottobre 2001 - Lettera aperta di Tiziano Terzani in risposta all’articolo “La rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci

17/12/14

Tiziano Terzani, Anam il Senzanome





Questo è un concetto che la cultura occidentale ha dimenticato: tutto è uno! L'idea della dicotomia è profondamente sbagliata e niente meglio di un grande simbolo cinese, la ruota dello yin e dello yang, rappresenta la vita: l'universo è l'armonia degli opposti, perché non c'è acqua senza fuoco, non c'è femminile senza maschile, non c'è notte senza giorno, non c'è sole senza luna... non c'è bene senza male! E questo simbolo è perfetto perché il bianco e il nero si abbracciano e all'interno del nero c'è un punto del bianco e all'interno del bianco c'è un punto del nero.
Pensa ad una faccenda sulla quale non riflettiamo mai, noi che perseguiamo il piacere in ogni modo: non c'è piacere senza sofferenza e non c'è sofferenza senza piacere. Solo quando capisci questo godi del piacere e accetti la sofferenza! Noi non accettiamo che la nostra vita abbia in sé la sofferenza. Non l'accettiamo, non ci piace! E allora pasticche contro questo, iniezioni contro quell'altro, droga, gioie effimere... per nascondere la verità che è accanto al piacere: la sofferenza. [...] La cura è un'altra. Non è la cura, è la guarigione che cerco, e la guarigione è la ricostituzione dell'equilibrio.

Tiziano Terzani, Anam il senzanome

03/12/13

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio


Riuscire a staccarsi dalle cose del mondo vuol dire diventare indifferenti? O vuol dire solo non esserne schiavi?

Tiziano Terzani,  La fine è il mio inizio


Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra


Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi, innamorarsi, stare con se stessi. Le scuse per non fermarci a chiedere se questo correre ci rende felici sono migliaia, e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle. 


Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra 


Tiziano Terzani, Anam, il senzanome


Oggi l'economia è fatta per costringere tanta gente a lavorare a ritmi spaventosi per produrre delle cose perlopiù inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi per poter comprare, perché questo è ciò che da soldi alle società multinazionali, alle grandi aziende, ma non dà felicità alla gente. 


Tiziano Terzani, Anam, il senzanome 


Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio


Libertà. Non ce n’è più. Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nulla apparente enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere fra i vari dentifrici, fra le quarantamila automobili, fra i telefonini che fanno anche la fotografia. Non c’è più la libertà di essere chi sei. Perché tutto è già previsto, tutto è già incanalato e uscirne non è facile, crea conflitti. Quanta gente viene rigettata dal sistema, viene emarginata perché non rientra nel modello? Facesse invece delle altre cose! Ma non c’è altro, c’è solo una spinta verso il mercato.
E san Francesco? E tutti quegli altri? Tutti matti perché non andavano a fare quello che bisognava fare a quei tempi? No, no, diversi! Persone che con la loro diversità hanno indicato anche un modo diverso di essere. Pensa, san Francesco, sarà stato simpatico?!

È questa benedetta storia della libertà! Noi oggi ce la siamo ridotta immensamente, tanto che finiamo per vivere solo ai margini della nostra libertà a causa di tutto ciò che è automatico nel nostro modo di pensare, di reagire, di fare le cose. Questa è la grande tragedia. E quando ne esci sei condizionato. Ripeti dei modelli prestabiliti. Non è che molto facilmente ti inventi qualcosa.
L’uomo ormai è succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa, secondo me, sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Perché è una costante della storia umana, questo voler sapere cosa ci sei a fare al mondo.
Occorrono nuovi modelli di sviluppo. Non solo crescita, ma parsimonia. Vedi, Folco, io dico che bisogna liberarsi dei desideri. Ma proprio per il perverso sistema del consumismo la nostra vita è tutta centrata su giochi, sport, mangiare, piaceri. Il problema è uscire da questo circolo vizioso: una cosa dopo l’altra dopo l’altra. Porca miseria, questo ti impone dei comportamenti che sono assolutamente assurdi. Tu non vuoi certe cose ma il sistema del consumismo ti convince, ti seduce a volerle. Tutta la tua vita dipende da quel meccanismo. Se invece cominci a non parteciparvi resistendo, digiunando, allora è come se usassi la non violenza contro la violenza. La violenza che ci fa alla fine? Mica te la possono cacciare in gola, la roba!

Occorre perciò un grande sforzo spirituale, un grande ripensamento, un grande risveglio. Che poi ha a che fare con la verità, di cui nessuno più si occupa. Lì Gandhi è di nuovo stupendo. Cercare la verità, quello che è dietro a tutto. “Prima credevo che Dio fosse la verità. Ora direi che la verità è Dio”.

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio