04/12/15

La prog-art


Fondamentalmente, l’arte progressista è un’arte incomprensibile. Quest’arte incomprensibile, che non ha letteralmente senso, nasce con Picasso: il noto artista spagnolo che, sognando di inventare un tipo di arte totale, ha inventato l’arte del totale nulla; e sognando di arrivare a dipingere come un bambino, è arrivato a dipingere come un fesso.
   
Il Progresso ama l’arte. Questa è una cosa che ci sentiamo di dichiarare con certezza quasi assoluta. Non si spiegherebbe, altrimenti, il completo trionfo del pensiero progressista in questo settore. La radicale affermazione delle sue folli idee nel campo della rappresentazione artistica.
L’arte progressista è, ovviamente, un’arte assurda. Premettiamo fin da subito che per comprendere questo discorso è necessaria una grande agilità di spirito da parte del lettore nel caso in cui voglia seriamente liberarsi dalla cappa irrespirabile in cui si ritrova a campare. Il mondo dell’arte è emblematico in questo senso, perché l’arte ha sempre avuto, a differenza di altri ambiti della cultura, una nozione sfuggente. Nozione sfuggente, sì: ma non tanto vaga da annullarsi. Solo un’ideologia poteva riuscirci. Solo il progressismo è riuscito ad annullare l’arte, e attraverso un trabocchetto velenoso.
Fondamentalmente, l’arte progressista è un’arte incomprensibile. Questa arte incomprensibile, che non ha letteralmente senso, nasce con Picasso: il noto artista spagnolo che, sognando di inventare un tipo di arte totale, ha inventato l’arte del totale nulla; e sognando di arrivare a dipingere come un bambino, è arrivato a dipingere come un fesso.

Poi, da questa fondamentale origine, si sono fatti largo tutta una serie di movimenti avanguardistici secondari, fondati da artisti di dubbio talento, che hanno progressivamente eroso la necessità (sempre avvertita come una sorta di prerequisito) di possedere un minimo di abilità naturale e tecnica per poter esercitare il mestiere. Fino ad arrivare agli sgorbi innaturali di oggi, e alle idiozie ideali che possiamo contemplare nei musei di arte contemporanea.
Dicevamo che il Progresso è profondamente affascinato da questo tipo di arte. Tuttavia, come si è intuito, non l’ha inventata lui. Lui ne è un semplice ammiratore; e come un pantalone la finanzia, c’investe, sia culturalmente che economicamente. Potremmo dire che se ne è appropriato. E infatti nessun grido si alza di fronte all’ingiustificata bruttezza di un dipinto a tinta blu, che oltre al colore blu, e alla cornice che lo delimita, non rappresenta altro. Non che sia orrendo, per carità: ma è comunque privo d’una giustificazione razionale. Però ai progressisti piace molto. E dunque nessuno s’azzarda a metterla in discussione, quest’arte dei concetti e non delle figure, quest’arte delle idee prezzolate, che ha ucciso per sempre l’autentica arte che nobilita l’uomo in tutto l’universo; nessuno s’azzarda a criticarla sotto pena di espulsione dall’olimpo delle persone colte. Una delle pene convenzionali preferite dal tiranno progressista è infatti il discredito sociale generalizzato. Essendo una tirannia che si impone attraverso il conformismo, contestarla non implica, per castigo, vessazioni corporali particolari, ma solo la ripulsa unanime dei suoi luogotenenti (pardón: volevamo dire “intellettuali”) fino a giungere al linciaggio verbale del popolo cialtrone (pardón: intendevamo riferirci alla “cittadinanza”).

A chi scappa una parola fuori posto su una performance artistica che non ha alcun senso, incluso estetico, può capitare, in particolare, d’incorrere in due distinti flagelli: l’indifferenza o il biasimo. Nell’ambito artistico, diversamente da ciò che accade nell’espressione linguistica (dove rifiutarsi di parlare correttamente in determinati contesti può configurare addirittura un reato), si preferisce utilizzare il primo rimedio. Che in effetti è molto più utile del secondo: perché il secondo, comunque, una certa visibilità al trasgressore gliela concede. L’indifferenza no. L’indifferenza è un autentico potere di emarginazione intellettuale, di abbassamento del volume del microfono, preziosissimo nell’epoca in cui si trova ad operare il neonazismo progressista, epoca di tsunami informativi poderosissimi che riuscirebbero a nascondere qualsiasi notizia fondamentale schiacciandola sotto una montagna di chiacchiericcio e corbellerie. E sono proprio il chiacchiericcio e corbellerie gli strumenti che utilizza il tiranno progressista per sommergere l’opinione di un critico che, fra i pochi, chiarisce una volta per tutte che la Prog-Art è una coglionata: questa opinione viene buttata a terra come un pezzo di carta, e una volta a terra sommersa da una valanga di opinioni contrarie più o meno concordanti fra di loro.

Tutto ciò è possibile attraverso il concetto distorto di uguaglianza che si è imposto al giorno d’oggi, quel concetto distorto secondo il quale tutte le opinioni valgono allo stesso modo e, quindi, basta una quantità di opinioni sciocche ad azzittire una singola opinione sensata (che poi è il caso che più si verifica, data la numerica sproporzione fra persone istruite e persone non istruite).  E così anche a noi risulterà difficile affermare l’ovvio: ossia che l’arte vera è morta, schiattata di modernità, e non c’è modo per poterla rianimare. Che è come dire 2+2=4.

DI MICHELE SPINA - 4 DICEMBRE 2015

Fonte:http://www.lintellettualedissidente.it/

03/12/15

Canzoni contro la guerra - Woodstock ~ Joni Mitchell



I came upon a child of god

He was walking along the road
And I asked him, where are you going
And this he told me
Im going to join in a rock n roll band
Im going on down to yasgurs farm
Im going to try an get my soul free
Im going to camp out on the land We are stardust We are golden
Then can I walk beside you
And weve got to get ourselves Back to the garden I have come here to lose the smog
Or maybe its the time of man
And I feel to be a cog in something turning Well maybe it is just the time of year I dont know who l am
By the time we got to woodstock
But you know life is for learning We are stardust We are golden And weve got to get ourselves Back to the garden
And they were turning into butterflies
We were half a million strong And everywhere there was song and celebration And I dreamed I saw the bombers Riding shotgun in the sky
Back to the garden
Above our nation We are stardust Billion year old carbon We are golden Caught in the devils bargain
And weve got to get ourselves

Wolfgang Amadeus Mozart, Sinfonia N° 25 - Video di Vittorio Zanini




La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto.

Albert Einstein

Disegni di Yaroslav Gerzhedovich


30/11/15

Tragico disastro ambientale in Brasile: la situazione è gravissima



Lo scorso 5 novembre il Brasile è stato colpito da una tragedia ambientale senza precedenti.
Gli argini di due dighe trasportanti liquidi di scarto industriale altamente tossici hanno ceduto, riversando nel Rio Doce 60 milioni di metri cubi di sostanze inquinanti.

Fanghi ferrosi contaminati da arsenico, piombo, cromo ed altri metalli pesanti hanno invaso la città di Mariana, continuando l’inarrestabile corsa di 500 km trasportati dalle acque del fiume fino alla sua foce: acqua e terreni circostanti, foreste, aree protette, campi agricoli, case, habitat sensibili – tutto è stato ricoperto dal fango tossico.
La responsabile di tale incalcolabile disastro è la ditta Samarco Mineracao Sa, la quale è controllata dalla anglo-australiana Bhp Billiton e dalla brasiliana Vale, entrambi colossi delle miniere. Una colpevolezza ingiustificabile, se si considera che l’azienda non era nemmeno dotata di sistemi di allarme ed evacuazione in caso di possibile incidente! Inoltre sembrerebbe che la causa del cedimento sia dovuta ai recenti lavori di ampliamento del canale: al momento del crollo alcuni operai erano all’opera per allargare la diga così da poter trasportare più materiale tossico, scarti prodotti sia dalle miniere locali che da quelle più distanti, in vista del continuo aumento della produzione.

Questa regione infatti è ricca di minerali: è qui che viene prodotto il 10% del ferro di tutto il Brasile ed è questa la ragione per cui il Rio Doce ad oggi appare come una enorme pattumiera a cielo aperto, anche se decenni fa il fiume era immerso nella foresta amazzonica; oggi invece il panorama è spettrale, le rive del Rio appaiono disboscate, i fondali pieni di sedimenti.

Il bilancio è di 11 morti, 15 dispersi, 600 sfollati, 250.000 persone senza acqua potabile. La Samarco è stata obbligata a pagare 250 milioni di dollari al governo brasiliano, ma le stime per la pulizia riportano un danno di 27 miliardi di dollari. Senza calcolare tutte le conseguenze collaterali che riguarderanno l’oceano: già la biodiversità del fiume è andata completamente distrutta e diverse specie – incluse alcune indigene – sono da considerarsi estinte; ora la preoccupazione è rivolta all’impatto che il disastro avrà sull’ecosistema dell’Atlantico.
Scienziati e ambientalisti temono che se venti e correnti spingeranno l’onda tossica verso nord, l’Abrolhos Marine National Park sarà fortemente a rischio: il parco racchiude un arcipelago di isole e barriere coralline dove sono ospitate specie marine protette, come tartarughe, delfini e balene. Fortunatamente gli addetti del parco stanno già correndo ai ripari e per scongiurare una possibile moria di uova di tartaruga – deposte il mese scorso – hanno pensato di rimuoverle per tempo, sistemandole al sicuro.

Non ci sono parole per descrivere la gravità della situazione. Lasciamo che siano le immagini a parlare.











Fonte: bioradar.net 

29/11/15

Egitto, Monte Sinai di Vittorio Zanini - Foto e video




Il Monte Sinai (arabo: طور سيناء, ebraico: הר סיני), conosciuto anche come Monte Horeb, Monte Oreb, Monte Musa, Gebel Musa o Jabal Musa (letteralmente Montagna di Mosè), è una montagna dell'Egitto che si trova nella parte meridionale della penisola del Sinai.
Il Monte Sinai con i suoi 2.285 metri di altezza è la seconda montagna più alta dell'Egitto dopo il Monte Caterina (2.637 m.) che si trova a circa 4,1 km a sud-ovest.
Ci sono due percorsi per raggiungere la cima del monte. Il primo, conosciuto come Siket El Bashait, è più lungo e meno ripido. La salita è possibile a piedi o in cammello con la guida di beduini locali. Il tempo approssimativo a piedi è di circa due ore e mezza. Il secondo percorso, conosciuto come Siket Sayidna Musa, è più diretto e ripido e parte direttamente dietro il monastero. Questo percorso misura circa 3750 passi detti passi della penitenza.
Ai piedi del Monte Sinai sorge il monastero di Santa Caterina, fatto erigere dall'imperatore Giustiniano nel 527, nel luogo in cui Dio si sarebbe manifestato a Mosè entro un roveto "ardente" che bruciava senza consumarsi e che la tradizione identifica in un rigoglioso rovo (Rubus spp) qui ancora coltivato. Il monastero occupa una posizione particolarmente suggestiva, ed è meta di pellegrinaggi e di visite turistiche, trovandosi a un paio di ore di strada (agevole) da una località balneare come Sharm El Sheikh e meno ancora da altre.
Sulla cima del monte si trova una cappella greco-ortodossa, costruita nel 1934 sulle rovine di una chiesa del XVI secolo, non aperta al pubblico. Secondo la tradizione la cappella racchiude la roccia da cui Dio fece le Tavole della Legge. Nei pressi si trova anche la Grotta di Mosè, dove si suppone che Mosè avesse aspettato di ricevere le tavole dei Dieci Comandamenti.
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
































Fotografie di Vittorio Zanini: In Egitto con papà - Monte Sinai 


28/11/15

Negli ultimi 5 anni l’Italia ha venduto 4,8 mld di armi in Africa e Medio Oriente


Tra il 2010 e il 2014 l’Italia ha autorizzato esportazioni nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente per 4,8 miliardi di euro di armi. Dopo l’Europa, quest’area geografica è il nostro principale mercato di sbocco per la vendita di armamenti.


Questi dati sono il frutto di un’elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della CGIA su dati presenti nelle relazioni annuali al Parlamento redatte dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri sulle esportazioni di armamenti, così come previsto dalla legge n° 185/1990.

Nei 5 anni presi in esame dalla CGIA, le industrie italiane produttrici di armi sono state destinatarie di autorizzazioni definitive alle esportazioni per17,47 miliardi di euro: di questi, 8,58 miliardi sono stati realizzati in Europa (pari al 49,2 per cento del totale), 4,85 miliardi in Africa settentrionale e nel vicino Medio Oriente (27,8 per cento del totale), 1,68 miliardi in Asia (9,6 per cento del totale), 1,22 miliardi in America settentrionale (7 per cento del totale), 670 milioni nell’America centro-meridionale (3,8 per cento del totale), 267,4 milioni in Oceania (1,5 per cento del totale) e 188,6 miliardi in Africa centro meridionale (1,1 per cento del totale).

Dall’analisi delle esportazioni in Nord Africa e Medio Oriente, il nostro principale partner commerciale è l’Algeria: tra il 2010 e il 2014 abbiamo “ceduto” armi per 1,37 miliardi di euro. Seguono l’Arabia Saudita per un importo di 1,30 miliardi di euro e gli Emirati Arabi Uniti per un valore di 1,06 miliardi di euro. Le vendite in questi 3 Paesi costituiscono il 77,2 per cento del totale delle esportazioni autorizzate in quest’area.

La CGIA ricorda che la legge n. 185 del 9 luglio 1990 prevede che il Governo invii ogni anno al Parlamento una relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. Dalle relazioni relative agli anni 2010-2014 sono stati ricavati i dati sul valore delle esportazioni definitive di armi autorizzate nei singoli anni per l’industria italiana.

Sono comprese armi di vario tipo distinte in più categorie (ad esempio armi o sistemi d’aria, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, agenti tossici ecc., esplosivi e combustibili militari, navi da guerra, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, software ecc.).

In riferimento all’ultimo anno in cui si dispongono i dati (2014), le prime 10 aziende italiane hanno “conseguito” l’83,8 per cento del valore complessivo delle autorizzazioni. Esse sono: AgustaWestland Spa; Alenia Aermacchi Spa; Selex Es Spa; Ge Avio Srl; Elettronica Spa; Oto Melara Spa; Piaggio Aero Industries Spa; Fabbrica d’Armi Beretta Spa; Whitehead Sistemi Subacquei Spa e Iveco Spa.

Come abbiamo avuto modo di leggere nella Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2014, i settori più rappresentativi dell’attività di esportazione sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa e i sistemi d’arma (missili, artiglierie). La maggior parte delle prime 10 aziende sopra elencate sono possedute o in varia misura partecipate dal Gruppo Finmeccanica.


26 novembre 2015 -  Europa

Fonte: http://spondasud.it/


Sul progetto “Sunnistan”. Ovvero: creare il problema per imporre la soluzione




Proprio mentre l’intervento russo a sostegno del governo di Damasco sembra aver capovolto le sorti del conflitto che dilania la Siria da quasi cinque anni, nel “dibattito” mediatico inizia sempre più ad affermarsi – come via d’uscita a una situazione militare in cui la caduta di Assad rappresenta ormai un miraggio – la proposta del “Sunnistan”, uno stato sunnita che inglobi gran parte della Siria e una buona metà dell’Iraq. Il progetto è stato fortemente sostenuto il 24 novembre, sulle pagine del New York Times, dall’influente neocon John Bolton, e ripresa due giorni dopo da Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, con l’emblematico titolo “Uno Stato sunnita per battere l’Isis”. Che suona più o meno come se, negli Stati Uniti delle mai sopite pulsioni razziste, qualcuno avesse intitolato: “Supremazia bianca per combattere il Ku Klux Klan”.

La proposta che sempre più pseudo-analisti o sedicenti esperti vanno propinando è, quindi, nientemeno che l’accettazione del progetto dell’Isis di uno stato confessionale sunnita (purché, immaginiamo, il califfo o emiro di turno non si chiami Al-Badghadi) che inglobi più parti possibili di Siria e Iraq, col conseguente – tanto ovvio quanto drammatico – genocidio di ogni minoranza religiosa, che sia essa sciita, alawita, cristiana o yazida.

L’esplicito sdoganamento di questo folle progetto di frazionamento confessionale – che aprirebbe un vaso di pandora di proporzioni inimmaginabili, accrescendo esponenzialmente quella che già da tempo è unanimemente considerata come la più grave catastrofe umanitaria contemporanea – sta, guarda caso, coincidendo con la ossessiva ripetizione mediatica della retorica litania secondo la quale si dovrebbe smettere di utilizzare il termine “Stato islamico”, a favore dell’acronimo arabo “Daesh”. Oggi più che mai è invece necessario chiamare l’Isis per quello che realmente è (o dovrebbe essere nelle criminali intenzioni dei suoi promotori, dei suoi finanziatori e dei suoi fiancheggiatori): non una semplice organizzazione terroristica, bensì lo Stato Islamico sunnita della Siria e dell’Iraq, esattamente quel Sunnistan che ora, schizofrenicamente, si offre come soluzione all’Isis stesso.

Appare ogni giorno più evidente, ormai, come il fenomeno Isis sia il risultato di una strategia di sistematica destabilizzazione regionale (di cui la Libia ha costituito il banco di prova e la Siria rappresenta la posta in gioco principale) adoperata da attori interni ed esterni all’area per imporre infine, come artificiale soluzione alla stessa, una ridefinizione complessiva degli assetti mediorientali che nel dibattito geopolitico statunitense è propugnata da almeno un decennio con le parole d’ordine di “New Middle East” e “Greater Middle East”.

L’obiettivo finale di questo progetto è la disintegrazione dell’asse geopolitico indipendente Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut (per cui si prospetta una sempre più forte saldatura con la riemergente potenza russa), mediante lo smembramento di Siria e Iraq e la creazione di un grande “Sunnistan” ostaggio del fondamentalismo salafita e wahabita, che impedisca la continuità territoriale tra lo “Sciistan” iracheno e l’“Alawistan” siriano (sempre che quest’ultimo riesca a salvarsi dalla genocida offensiva jihadista) e getti il Medio Oriente in una situazione di cronica instabilità e perenni rivalità settarie, in cui turchi, sauditi e qatarioti possano contendersi una effimera influenza regionale, Israele possa godere di una sempre più assoluta superiorità strategica e militare, e gli Stati Uniti possano contare su una ancora più salda egemonia geopolitica sulla regione.

Negli ultimi due mesi, col provvidenziale intervento russo a sostegno delle autorità legittime di Damasco, questo disegno ha conosciuto una durissima battura d’arresto, in corrispondenza della quale si sono intensificate le nervose voci a favore della disintegrazione della Siria ma, con esse, si è fatta via via più chiara la consapevolezza dell’opinione pubblica, della gente comune, su quanto stia accadendo realmente in Medio Oriente, sulle complicità col terrorismo e sull’assoluta inconsistenza della “coalizione anti-Isis” a guida statunitense.

Dopo i recenti drammatici eventi che vanno a sommarsi alle quotidiane stragi in Siria, Iraq e Kurdistan, dopo le 224 vittime dell’aereo di linea russo fatto esplodere sul Sinai, dopo i 130 morti di Parigi, dopo le raccapriccianti immagini dell’abbattimento del jet russo Su-24 da parte di un F-16 turco, del tiro al bersaglio dei “ribelli moderati” sui piloti che si paracadutavano a terra e dell’ulteriore abbattimento dell’elicottero in missione di salvataggio, con conseguente macabro giubilo sui corpi senza vita, sempre più persone contribuiscono a squarciare l’enorme velo di menzogne tessuto quotidianamente da opinionisti mediocri, quando non prezzolati, e funzionari della disinformazione travestiti da giornalisti.

Qualcosa si è ormai inceppato nella macchina propagandistica mediatica che, nonostante i depistaggi alla Formigli, non è più in grado di impedire a sempre più donne e uomini di capire come, in questa sporca guerra, siriani, iracheni, curdi, libanesi, iraniani e russi siano gli unici a combattere concretamente il terrorismo jihadista, con la Francia che sembra aver iniziato a privilegiare la lotta all’Isis rispetto al rovesciamento di Assad solo dopo le stragi di Parigi e Stati Uniti, Turchia e petro-monarchie del Golfo che proseguono nella propria, sempre più evidente e insostenibile, strategia di destabilizzazione regionale.


Di Fidelicu Giuntini - 27 novembre 2015

Fonte: http://spondasud.it/