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sabato 28 novembre 2015

Negli ultimi 5 anni l’Italia ha venduto 4,8 mld di armi in Africa e Medio Oriente


Tra il 2010 e il 2014 l’Italia ha autorizzato esportazioni nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente per 4,8 miliardi di euro di armi. Dopo l’Europa, quest’area geografica è il nostro principale mercato di sbocco per la vendita di armamenti.


Questi dati sono il frutto di un’elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della CGIA su dati presenti nelle relazioni annuali al Parlamento redatte dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri sulle esportazioni di armamenti, così come previsto dalla legge n° 185/1990.

Nei 5 anni presi in esame dalla CGIA, le industrie italiane produttrici di armi sono state destinatarie di autorizzazioni definitive alle esportazioni per17,47 miliardi di euro: di questi, 8,58 miliardi sono stati realizzati in Europa (pari al 49,2 per cento del totale), 4,85 miliardi in Africa settentrionale e nel vicino Medio Oriente (27,8 per cento del totale), 1,68 miliardi in Asia (9,6 per cento del totale), 1,22 miliardi in America settentrionale (7 per cento del totale), 670 milioni nell’America centro-meridionale (3,8 per cento del totale), 267,4 milioni in Oceania (1,5 per cento del totale) e 188,6 miliardi in Africa centro meridionale (1,1 per cento del totale).

Dall’analisi delle esportazioni in Nord Africa e Medio Oriente, il nostro principale partner commerciale è l’Algeria: tra il 2010 e il 2014 abbiamo “ceduto” armi per 1,37 miliardi di euro. Seguono l’Arabia Saudita per un importo di 1,30 miliardi di euro e gli Emirati Arabi Uniti per un valore di 1,06 miliardi di euro. Le vendite in questi 3 Paesi costituiscono il 77,2 per cento del totale delle esportazioni autorizzate in quest’area.

La CGIA ricorda che la legge n. 185 del 9 luglio 1990 prevede che il Governo invii ogni anno al Parlamento una relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. Dalle relazioni relative agli anni 2010-2014 sono stati ricavati i dati sul valore delle esportazioni definitive di armi autorizzate nei singoli anni per l’industria italiana.

Sono comprese armi di vario tipo distinte in più categorie (ad esempio armi o sistemi d’aria, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, agenti tossici ecc., esplosivi e combustibili militari, navi da guerra, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, software ecc.).

In riferimento all’ultimo anno in cui si dispongono i dati (2014), le prime 10 aziende italiane hanno “conseguito” l’83,8 per cento del valore complessivo delle autorizzazioni. Esse sono: AgustaWestland Spa; Alenia Aermacchi Spa; Selex Es Spa; Ge Avio Srl; Elettronica Spa; Oto Melara Spa; Piaggio Aero Industries Spa; Fabbrica d’Armi Beretta Spa; Whitehead Sistemi Subacquei Spa e Iveco Spa.

Come abbiamo avuto modo di leggere nella Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2014, i settori più rappresentativi dell’attività di esportazione sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa e i sistemi d’arma (missili, artiglierie). La maggior parte delle prime 10 aziende sopra elencate sono possedute o in varia misura partecipate dal Gruppo Finmeccanica.


26 novembre 2015 -  Europa

Fonte: http://spondasud.it/


Sul progetto “Sunnistan”. Ovvero: creare il problema per imporre la soluzione




Proprio mentre l’intervento russo a sostegno del governo di Damasco sembra aver capovolto le sorti del conflitto che dilania la Siria da quasi cinque anni, nel “dibattito” mediatico inizia sempre più ad affermarsi – come via d’uscita a una situazione militare in cui la caduta di Assad rappresenta ormai un miraggio – la proposta del “Sunnistan”, uno stato sunnita che inglobi gran parte della Siria e una buona metà dell’Iraq. Il progetto è stato fortemente sostenuto il 24 novembre, sulle pagine del New York Times, dall’influente neocon John Bolton, e ripresa due giorni dopo da Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, con l’emblematico titolo “Uno Stato sunnita per battere l’Isis”. Che suona più o meno come se, negli Stati Uniti delle mai sopite pulsioni razziste, qualcuno avesse intitolato: “Supremazia bianca per combattere il Ku Klux Klan”.

La proposta che sempre più pseudo-analisti o sedicenti esperti vanno propinando è, quindi, nientemeno che l’accettazione del progetto dell’Isis di uno stato confessionale sunnita (purché, immaginiamo, il califfo o emiro di turno non si chiami Al-Badghadi) che inglobi più parti possibili di Siria e Iraq, col conseguente – tanto ovvio quanto drammatico – genocidio di ogni minoranza religiosa, che sia essa sciita, alawita, cristiana o yazida.

L’esplicito sdoganamento di questo folle progetto di frazionamento confessionale – che aprirebbe un vaso di pandora di proporzioni inimmaginabili, accrescendo esponenzialmente quella che già da tempo è unanimemente considerata come la più grave catastrofe umanitaria contemporanea – sta, guarda caso, coincidendo con la ossessiva ripetizione mediatica della retorica litania secondo la quale si dovrebbe smettere di utilizzare il termine “Stato islamico”, a favore dell’acronimo arabo “Daesh”. Oggi più che mai è invece necessario chiamare l’Isis per quello che realmente è (o dovrebbe essere nelle criminali intenzioni dei suoi promotori, dei suoi finanziatori e dei suoi fiancheggiatori): non una semplice organizzazione terroristica, bensì lo Stato Islamico sunnita della Siria e dell’Iraq, esattamente quel Sunnistan che ora, schizofrenicamente, si offre come soluzione all’Isis stesso.

Appare ogni giorno più evidente, ormai, come il fenomeno Isis sia il risultato di una strategia di sistematica destabilizzazione regionale (di cui la Libia ha costituito il banco di prova e la Siria rappresenta la posta in gioco principale) adoperata da attori interni ed esterni all’area per imporre infine, come artificiale soluzione alla stessa, una ridefinizione complessiva degli assetti mediorientali che nel dibattito geopolitico statunitense è propugnata da almeno un decennio con le parole d’ordine di “New Middle East” e “Greater Middle East”.

L’obiettivo finale di questo progetto è la disintegrazione dell’asse geopolitico indipendente Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut (per cui si prospetta una sempre più forte saldatura con la riemergente potenza russa), mediante lo smembramento di Siria e Iraq e la creazione di un grande “Sunnistan” ostaggio del fondamentalismo salafita e wahabita, che impedisca la continuità territoriale tra lo “Sciistan” iracheno e l’“Alawistan” siriano (sempre che quest’ultimo riesca a salvarsi dalla genocida offensiva jihadista) e getti il Medio Oriente in una situazione di cronica instabilità e perenni rivalità settarie, in cui turchi, sauditi e qatarioti possano contendersi una effimera influenza regionale, Israele possa godere di una sempre più assoluta superiorità strategica e militare, e gli Stati Uniti possano contare su una ancora più salda egemonia geopolitica sulla regione.

Negli ultimi due mesi, col provvidenziale intervento russo a sostegno delle autorità legittime di Damasco, questo disegno ha conosciuto una durissima battura d’arresto, in corrispondenza della quale si sono intensificate le nervose voci a favore della disintegrazione della Siria ma, con esse, si è fatta via via più chiara la consapevolezza dell’opinione pubblica, della gente comune, su quanto stia accadendo realmente in Medio Oriente, sulle complicità col terrorismo e sull’assoluta inconsistenza della “coalizione anti-Isis” a guida statunitense.

Dopo i recenti drammatici eventi che vanno a sommarsi alle quotidiane stragi in Siria, Iraq e Kurdistan, dopo le 224 vittime dell’aereo di linea russo fatto esplodere sul Sinai, dopo i 130 morti di Parigi, dopo le raccapriccianti immagini dell’abbattimento del jet russo Su-24 da parte di un F-16 turco, del tiro al bersaglio dei “ribelli moderati” sui piloti che si paracadutavano a terra e dell’ulteriore abbattimento dell’elicottero in missione di salvataggio, con conseguente macabro giubilo sui corpi senza vita, sempre più persone contribuiscono a squarciare l’enorme velo di menzogne tessuto quotidianamente da opinionisti mediocri, quando non prezzolati, e funzionari della disinformazione travestiti da giornalisti.

Qualcosa si è ormai inceppato nella macchina propagandistica mediatica che, nonostante i depistaggi alla Formigli, non è più in grado di impedire a sempre più donne e uomini di capire come, in questa sporca guerra, siriani, iracheni, curdi, libanesi, iraniani e russi siano gli unici a combattere concretamente il terrorismo jihadista, con la Francia che sembra aver iniziato a privilegiare la lotta all’Isis rispetto al rovesciamento di Assad solo dopo le stragi di Parigi e Stati Uniti, Turchia e petro-monarchie del Golfo che proseguono nella propria, sempre più evidente e insostenibile, strategia di destabilizzazione regionale.


Di Fidelicu Giuntini - 27 novembre 2015

Fonte: http://spondasud.it/