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domenica 29 novembre 2015

Tragico disastro ambientale in Brasile: la situazione è gravissima



Lo scorso 5 novembre il Brasile è stato colpito da una tragedia ambientale senza precedenti.
Gli argini di due dighe trasportanti liquidi di scarto industriale altamente tossici hanno ceduto, riversando nel Rio Doce 60 milioni di metri cubi di sostanze inquinanti.

Fanghi ferrosi contaminati da arsenico, piombo, cromo ed altri metalli pesanti hanno invaso la città di Mariana, continuando l’inarrestabile corsa di 500 km trasportati dalle acque del fiume fino alla sua foce: acqua e terreni circostanti, foreste, aree protette, campi agricoli, case, habitat sensibili – tutto è stato ricoperto dal fango tossico.
La responsabile di tale incalcolabile disastro è la ditta Samarco Mineracao Sa, la quale è controllata dalla anglo-australiana Bhp Billiton e dalla brasiliana Vale, entrambi colossi delle miniere. Una colpevolezza ingiustificabile, se si considera che l’azienda non era nemmeno dotata di sistemi di allarme ed evacuazione in caso di possibile incidente! Inoltre sembrerebbe che la causa del cedimento sia dovuta ai recenti lavori di ampliamento del canale: al momento del crollo alcuni operai erano all’opera per allargare la diga così da poter trasportare più materiale tossico, scarti prodotti sia dalle miniere locali che da quelle più distanti, in vista del continuo aumento della produzione.

Questa regione infatti è ricca di minerali: è qui che viene prodotto il 10% del ferro di tutto il Brasile ed è questa la ragione per cui il Rio Doce ad oggi appare come una enorme pattumiera a cielo aperto, anche se decenni fa il fiume era immerso nella foresta amazzonica; oggi invece il panorama è spettrale, le rive del Rio appaiono disboscate, i fondali pieni di sedimenti.

Il bilancio è di 11 morti, 15 dispersi, 600 sfollati, 250.000 persone senza acqua potabile. La Samarco è stata obbligata a pagare 250 milioni di dollari al governo brasiliano, ma le stime per la pulizia riportano un danno di 27 miliardi di dollari. Senza calcolare tutte le conseguenze collaterali che riguarderanno l’oceano: già la biodiversità del fiume è andata completamente distrutta e diverse specie – incluse alcune indigene – sono da considerarsi estinte; ora la preoccupazione è rivolta all’impatto che il disastro avrà sull’ecosistema dell’Atlantico.
Scienziati e ambientalisti temono che se venti e correnti spingeranno l’onda tossica verso nord, l’Abrolhos Marine National Park sarà fortemente a rischio: il parco racchiude un arcipelago di isole e barriere coralline dove sono ospitate specie marine protette, come tartarughe, delfini e balene. Fortunatamente gli addetti del parco stanno già correndo ai ripari e per scongiurare una possibile moria di uova di tartaruga – deposte il mese scorso – hanno pensato di rimuoverle per tempo, sistemandole al sicuro.

Non ci sono parole per descrivere la gravità della situazione. Lasciamo che siano le immagini a parlare.











Fonte: bioradar.net 

Rafa El Tachuela, Men El Belad - Egitto, Monte Sinai


Il Monte Sinai conosciuto anche come Monte Horeb, Monte Oreb, Monte Musa, Gebel Musa o Jabal Musa (letteralmente Montagna di Mosè), è una montagna dell'Egitto che si trova nella parte meridionale della penisola del Sinai. 
Con i suoi 2.285 metri di altezza è la seconda montagna più alta dell'Egitto dopo il Monte Caterina (2.637 m.) che si trova a circa 5 km a sud-ovest.
Ci sono due percorsi per raggiungere la cima del monte. Il primo, conosciuto come Siket El Bashait, è più lungo e meno ripido. La salita è possibile a piedi o in cammello con la guida di beduini locali. Il tempo approssimativo a piedi è di circa due ore e mezza. Il secondo percorso, conosciuto come Siket Sayidna Musa, è più diretto e ripido e parte direttamente dietro il monastero. Questo percorso misura circa 3750 passi detti passi della penitenza.
Ai piedi del Monte Sinai sorge il monastero di Santa Caterina, fatto erigere dall'imperatore Giustiniano nel 527, nel luogo in cui Dio si sarebbe manifestato a Mosè entro un roveto "ardente" che bruciava senza consumarsi e che la tradizione identifica in un rigoglioso rovo (Rubus spp) qui ancora coltivato. Il monastero occupa una posizione particolarmente suggestiva, ed è meta di pellegrinaggi e di visite turistiche, trovandosi a un paio di ore di strada (agevole) da una località balneare come Sharm El Sheikh e meno ancora da altre.
Sulla cima del monte si trova una cappella greco-ortodossa, costruita nel 1934 sulle rovine di una chiesa del XVI secolo, non aperta al pubblico. Secondo la tradizione la cappella racchiude la roccia da cui Dio fece le Tavole della Legge. Nei pressi si trova anche la Grotta di Mosè, dove si suppone che Mosè avesse aspettato di ricevere le tavole dei Dieci Comandamenti.

Fotografie di Vittorio Zanini: In Egitto con papà - Monte Sinai 


sabato 28 novembre 2015

Negli ultimi 5 anni l’Italia ha venduto 4,8 mld di armi in Africa e Medio Oriente


Tra il 2010 e il 2014 l’Italia ha autorizzato esportazioni nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente per 4,8 miliardi di euro di armi. Dopo l’Europa, quest’area geografica è il nostro principale mercato di sbocco per la vendita di armamenti.


Questi dati sono il frutto di un’elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della CGIA su dati presenti nelle relazioni annuali al Parlamento redatte dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri sulle esportazioni di armamenti, così come previsto dalla legge n° 185/1990.

Nei 5 anni presi in esame dalla CGIA, le industrie italiane produttrici di armi sono state destinatarie di autorizzazioni definitive alle esportazioni per17,47 miliardi di euro: di questi, 8,58 miliardi sono stati realizzati in Europa (pari al 49,2 per cento del totale), 4,85 miliardi in Africa settentrionale e nel vicino Medio Oriente (27,8 per cento del totale), 1,68 miliardi in Asia (9,6 per cento del totale), 1,22 miliardi in America settentrionale (7 per cento del totale), 670 milioni nell’America centro-meridionale (3,8 per cento del totale), 267,4 milioni in Oceania (1,5 per cento del totale) e 188,6 miliardi in Africa centro meridionale (1,1 per cento del totale).

Dall’analisi delle esportazioni in Nord Africa e Medio Oriente, il nostro principale partner commerciale è l’Algeria: tra il 2010 e il 2014 abbiamo “ceduto” armi per 1,37 miliardi di euro. Seguono l’Arabia Saudita per un importo di 1,30 miliardi di euro e gli Emirati Arabi Uniti per un valore di 1,06 miliardi di euro. Le vendite in questi 3 Paesi costituiscono il 77,2 per cento del totale delle esportazioni autorizzate in quest’area.

La CGIA ricorda che la legge n. 185 del 9 luglio 1990 prevede che il Governo invii ogni anno al Parlamento una relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. Dalle relazioni relative agli anni 2010-2014 sono stati ricavati i dati sul valore delle esportazioni definitive di armi autorizzate nei singoli anni per l’industria italiana.

Sono comprese armi di vario tipo distinte in più categorie (ad esempio armi o sistemi d’aria, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, agenti tossici ecc., esplosivi e combustibili militari, navi da guerra, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, software ecc.).

In riferimento all’ultimo anno in cui si dispongono i dati (2014), le prime 10 aziende italiane hanno “conseguito” l’83,8 per cento del valore complessivo delle autorizzazioni. Esse sono: AgustaWestland Spa; Alenia Aermacchi Spa; Selex Es Spa; Ge Avio Srl; Elettronica Spa; Oto Melara Spa; Piaggio Aero Industries Spa; Fabbrica d’Armi Beretta Spa; Whitehead Sistemi Subacquei Spa e Iveco Spa.

Come abbiamo avuto modo di leggere nella Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2014, i settori più rappresentativi dell’attività di esportazione sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa e i sistemi d’arma (missili, artiglierie). La maggior parte delle prime 10 aziende sopra elencate sono possedute o in varia misura partecipate dal Gruppo Finmeccanica.


26 novembre 2015 -  Europa

Fonte: http://spondasud.it/


Sul progetto “Sunnistan”. Ovvero: creare il problema per imporre la soluzione




Proprio mentre l’intervento russo a sostegno del governo di Damasco sembra aver capovolto le sorti del conflitto che dilania la Siria da quasi cinque anni, nel “dibattito” mediatico inizia sempre più ad affermarsi – come via d’uscita a una situazione militare in cui la caduta di Assad rappresenta ormai un miraggio – la proposta del “Sunnistan”, uno stato sunnita che inglobi gran parte della Siria e una buona metà dell’Iraq. Il progetto è stato fortemente sostenuto il 24 novembre, sulle pagine del New York Times, dall’influente neocon John Bolton, e ripresa due giorni dopo da Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, con l’emblematico titolo “Uno Stato sunnita per battere l’Isis”. Che suona più o meno come se, negli Stati Uniti delle mai sopite pulsioni razziste, qualcuno avesse intitolato: “Supremazia bianca per combattere il Ku Klux Klan”.

La proposta che sempre più pseudo-analisti o sedicenti esperti vanno propinando è, quindi, nientemeno che l’accettazione del progetto dell’Isis di uno stato confessionale sunnita (purché, immaginiamo, il califfo o emiro di turno non si chiami Al-Badghadi) che inglobi più parti possibili di Siria e Iraq, col conseguente – tanto ovvio quanto drammatico – genocidio di ogni minoranza religiosa, che sia essa sciita, alawita, cristiana o yazida.

L’esplicito sdoganamento di questo folle progetto di frazionamento confessionale – che aprirebbe un vaso di pandora di proporzioni inimmaginabili, accrescendo esponenzialmente quella che già da tempo è unanimemente considerata come la più grave catastrofe umanitaria contemporanea – sta, guarda caso, coincidendo con la ossessiva ripetizione mediatica della retorica litania secondo la quale si dovrebbe smettere di utilizzare il termine “Stato islamico”, a favore dell’acronimo arabo “Daesh”. Oggi più che mai è invece necessario chiamare l’Isis per quello che realmente è (o dovrebbe essere nelle criminali intenzioni dei suoi promotori, dei suoi finanziatori e dei suoi fiancheggiatori): non una semplice organizzazione terroristica, bensì lo Stato Islamico sunnita della Siria e dell’Iraq, esattamente quel Sunnistan che ora, schizofrenicamente, si offre come soluzione all’Isis stesso.

Appare ogni giorno più evidente, ormai, come il fenomeno Isis sia il risultato di una strategia di sistematica destabilizzazione regionale (di cui la Libia ha costituito il banco di prova e la Siria rappresenta la posta in gioco principale) adoperata da attori interni ed esterni all’area per imporre infine, come artificiale soluzione alla stessa, una ridefinizione complessiva degli assetti mediorientali che nel dibattito geopolitico statunitense è propugnata da almeno un decennio con le parole d’ordine di “New Middle East” e “Greater Middle East”.

L’obiettivo finale di questo progetto è la disintegrazione dell’asse geopolitico indipendente Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut (per cui si prospetta una sempre più forte saldatura con la riemergente potenza russa), mediante lo smembramento di Siria e Iraq e la creazione di un grande “Sunnistan” ostaggio del fondamentalismo salafita e wahabita, che impedisca la continuità territoriale tra lo “Sciistan” iracheno e l’“Alawistan” siriano (sempre che quest’ultimo riesca a salvarsi dalla genocida offensiva jihadista) e getti il Medio Oriente in una situazione di cronica instabilità e perenni rivalità settarie, in cui turchi, sauditi e qatarioti possano contendersi una effimera influenza regionale, Israele possa godere di una sempre più assoluta superiorità strategica e militare, e gli Stati Uniti possano contare su una ancora più salda egemonia geopolitica sulla regione.

Negli ultimi due mesi, col provvidenziale intervento russo a sostegno delle autorità legittime di Damasco, questo disegno ha conosciuto una durissima battura d’arresto, in corrispondenza della quale si sono intensificate le nervose voci a favore della disintegrazione della Siria ma, con esse, si è fatta via via più chiara la consapevolezza dell’opinione pubblica, della gente comune, su quanto stia accadendo realmente in Medio Oriente, sulle complicità col terrorismo e sull’assoluta inconsistenza della “coalizione anti-Isis” a guida statunitense.

Dopo i recenti drammatici eventi che vanno a sommarsi alle quotidiane stragi in Siria, Iraq e Kurdistan, dopo le 224 vittime dell’aereo di linea russo fatto esplodere sul Sinai, dopo i 130 morti di Parigi, dopo le raccapriccianti immagini dell’abbattimento del jet russo Su-24 da parte di un F-16 turco, del tiro al bersaglio dei “ribelli moderati” sui piloti che si paracadutavano a terra e dell’ulteriore abbattimento dell’elicottero in missione di salvataggio, con conseguente macabro giubilo sui corpi senza vita, sempre più persone contribuiscono a squarciare l’enorme velo di menzogne tessuto quotidianamente da opinionisti mediocri, quando non prezzolati, e funzionari della disinformazione travestiti da giornalisti.

Qualcosa si è ormai inceppato nella macchina propagandistica mediatica che, nonostante i depistaggi alla Formigli, non è più in grado di impedire a sempre più donne e uomini di capire come, in questa sporca guerra, siriani, iracheni, curdi, libanesi, iraniani e russi siano gli unici a combattere concretamente il terrorismo jihadista, con la Francia che sembra aver iniziato a privilegiare la lotta all’Isis rispetto al rovesciamento di Assad solo dopo le stragi di Parigi e Stati Uniti, Turchia e petro-monarchie del Golfo che proseguono nella propria, sempre più evidente e insostenibile, strategia di destabilizzazione regionale.


Di Fidelicu Giuntini - 27 novembre 2015

Fonte: http://spondasud.it/

giovedì 26 novembre 2015

La generosità di chi non ha niente e l'egoismo di chi ha troppo


Quello che mi ha sempre meravigliato tra gli esseri "umani" è la generosità di chi non ha niente e l'egoismo di chi ha troppo. Chi ha troppo non potrà mai darti niente; è sempre stato impegnato ad accumulare, non è abituato a dare, probabilmente non sa neanche come si fà.

Vittorio Zanini

Chi non ha niente ti da tutto



Fra le tante persone che ho incontrato nei miei viaggi, quelle che mi hanno dato di pù, che mi hanno arricchito veramente, sono state le persone più povere, quelle che non possedevano quasi niente. Chi non ha niente ti da tutto.

Vittorio Zanini

Tiziano Terzani - Una lezione per tutti



mercoledì 25 novembre 2015

In piedi Signori, davanti a una Donna!


Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subìto, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l'ignoranza in cui l'avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi Signori, davanti a una Donna!

William Shakespeare


lunedì 23 novembre 2015

In arrivo dagli Usa il super salmone OGM. Grazie al TTIP, lo mangeremo tutti



Il salmone AquAdvantage è un Salmone Atlantico modificato geneticamente perché cresca due volte più velocemente rispetto agli altri suoi simili.

Nella catena del dna del salmone AquAdvantage sono stati inseriti piccoli pezzi di dna che codificano il gene responsabile dell’ormone della crescita del Salmone Reale.

Ma non è finita: siccome il salmone atlantico produce l’ormone della crescita solo alcuni mesi all’anno, AquaBounty (la società produttrice) ha innestato nel dna dell’AquAdvantage frammenti ancora più minuscoli di dna di Zoarcidae (Ocean Pout), che consentono al gene del Salmone Reale di prodursi anche in acque la cui temperatura è prossima allo zero.

In questo modo, la nuova chimera può sopravvivere in situazioni ambientali difficili e, soprattutto, continuare a crescere tutto l’anno.

“I produttori dicono di poter produrre un salmone in 24/30 settimane. Noi possiamo farlo in 18“, dice Ron Stotish, alla guida di AquaBounty.

Secondo alcuni esperti come Michael Hansen, tuttavia, i salmoni geneticamente modificati potrebbero condurre a reazioni allergiche. Inoltre, se dovessero in qualche maniera finire in libertà, potrebbero causare inquinamento genetico e avere effetti dannosi sulla popolazione naturale di salmoni.

Gli ingegneri genetici sottolineano che che i pesci creati in laboratorio sono tutti femmine e sterili. Esattamente come in Jurassic Park, dove tuttavia l’esito finale è stato piuttosto disastroso.

In ogni caso, è notizia di oggi che la Food and Drug Administration ha approvato il salmone geneticamente modificato. E’ il primo animale alterato geneticamente, in maniera così massiccia, ad essere ammesso al consumo umano negli Stati Uniti.

E quando il TTIP, il gigantesco trattato commerciale tra Usa e Ue che è in fase di negoziazione finale, a porte chiuse, sarà approvato, il rischio è che sulle nostre tavole compaiano anche il salmone AquAdvantage e altre chimere.

Oltretutto, senza garanzia di poter ottenere un’etichettatura esaustiva, come sta accadendo con il TPP (l’omologo trattato negoziato sul lato del Pacifico). Senza che, giuridicamente, vi sia modo di opporsi. A meno che lo Stato italiano non sia disposto a sopportare una causa di risarcimento miliardaria da aziende come la AquAdvantage.

Di Claudio Messora 

Fonte: byoblu.com

Canzoni contro la guerra - Mattafix, Living Darfur


Nel mondo non c'è che due razze, diceva mia nonna, quella di chi ha e quella di chi non ha.

Miguel de Cervantes

Foto di Sebastiao Salgado - Darfur tragedy



Testo

Guarda la nazione attraverso gli occhi del popolo
Guarda le lacrime che scorrono come fiumi dai cieli
Dove sembra che ci siano solo confini
Dove gli altri si girano e sospirano
Tu devi sollevarti 
Tu devi sollevarti

C’è un disastro nel tuo passato
Limiti nel tuo cammino
Cosa desideri quando ti tiri più su?
Non devi essere straordinario, solo perdonando
Quelli che non hanno mai sentito i tuoi pianti,
Tu ti solleverai 
Tu ti solleverai
E guarda verso i cieli
Dove altri falliscono, tu prevali nel tempo
Tu devi sollevarti

(Non lo puoi mai sapere
Se ti abbatti, ti abbatti
Se ti abbatti, ti abbatti
Se ti abbatti, ti abbatti
Se ti abbatti, ti abbatti)
Tu devi sollevarti 
Tu devi sollevarti
Tu devi sollevarti

Prima o poi dobbiamo provare…a vivere
(Non lo puoi mai sapere
Se ti abbatti, ti abbatti
Se ti abbatti, ti abbatti
Se ti abbatti, ti abbatti
Se ti abbatti, ti abbatti) 

Guarda la nazione attraverso gli occhi del popolo
Guarda le lacrime che scorrono come fiumi dai cieli
Dove sembra che ci siano solo confini
Dove gli altri si girano e sospirano
Tu devi sollevarti 
Tu devi sollevarti

(Non lo puoi mai sapere
Se ti abbatti, ti abbatti
Se ti abbatti, ti abbatti
Se ti abbatti, ti abbatti
Se ti abbatti, ti abbatti) 


Prima o poi dobbiamo provare…a vivere.



domenica 22 novembre 2015

Il Wahhabismo: l’ideologia all’origine del fondamentalismo islamico



Le battaglie si vincono solo sapendo contro chi si combatte. E per sconfiggere i terroristi del sedicente Stato Islamico dobbiamo capire che costoro non sono solo terroristi islamici. Certo, essi usano il terrorismo in nome dell’Islam. Ma la loro è solo una peculiare visione di tale dottrina che ha origine nel cosiddetto Wahhabismo un movimento di riforma religiosa nato per riaffermare, di fronte alla deviazione dottrinaria, al lassismo e all’idolatria, quello che secondo i suoi sostenitori sarebbero i principi primi contenuti nel Corano. Essi infatti definiscono il proprio movimento come il semplice richiamo alla «dottrina dell’unicità di Dio» (al-da’wah il al tauhid). Esso sarebbe divenuto in seguito l’ideologia di stato dell’Arabia Saudita. 

Le battaglie si vincono solo sapendo contro chi si combatte. E per sconfiggere i terroristi del sedicente Stato Islamico dobbiamo capire che costoro non sono solo terroristi islamici. Certo, essi usano il terrorismo in nome dell’Islam. Ma la loro è solo una peculiare visione di tale dottrina che ha origine nel cosiddetto Wahhabismo un movimento di riforma religiosa nato per riaffermare, di fronte alla “deviazione dottrinaria”, al “lassismo” e all’”idolatria”, quello che secondo i suoi sostenitori sarebbero i principi primi contenuti nel Corano. Essi infatti definiscono il proprio movimento come il semplice richiamo alla «dottrina dell’unicità di Dio» (al-da’wah il al tawhid). Esso sarebbe divenuto in seguito l’ideologia di stato dell’Arabia Saudita. Il movimento wahhabita prende nome dal suo fondatore Muhammad ibnʿAbd al-Wahhab un impetuoso predicatore nato nel 1702 o nel 1703 nella città di al-Uyaynah nel Najd, una vasta regione della penisola arabica. La sua famiglia, sin da suo nonno che era un famoso giudice in questioni religiose, era composta da studiosi appartenenti alla tradizione conservatrice hanbalita, una delle principali scuole di pensiero giuridico sunnita. A dieci anni aveva memorizzato tutto il Corano, e già da adolescente aveva compiuto lo hajj, il pellegrinaggio canonico a La Mecca che ogni fedele musulmano che ne abbia le possibilità fisiche ed economiche deve fare almeno una volta nella vita. Poco dopo egli si recò al centro religioso di Medina, studiando insieme ad altri esperti religiosi, oltre che a suo padre.

A quel tempo aveva già cominciato a predicare nella sua città natale, e risultò evidente che egli era un personaggio controverso sin dall’inizio. I suoi insegnamenti erano basati sul Corano stesso e sugli hadith ovvero l’insieme dei detti, fatti e atteggiamenti del Profeta Muhammad, trasmessi per testimonianza dei suoi compagni e contemporanei. Egli respinse l’influenza dei dotti musulmani esperti in scienze religiose, i cosiddetti ulama, i quali vedendo nei suoi insegnamenti una minaccia cercarono di ridurre al minimo la sua influenza. Fu costretto a lasciare al-Uyaynahe ciò segnerà la prima di molte occasioni in cui sarà costretto alla fuga per essere entrato in contrasto con figure potenti. Fu a questo punto che si recò a La Mecca e a Medina. Fra le figure che ebbero influenza sul suo pensiero vi fu Muhammad Hayat-al Sindi, uno studioso musulmano proveniente dal subcontinente indiano che aveva assistito al deterioramento dell’Impero Moghul, il quale convinse ibnʿAbd al-Wahhab che il ritorno alla purezza del messaggio coranico avrebbe potuto rigenerare le perdute glorie politiche. IbnʿAbd al-Wahhab studiò anche a Basra (Bassora) in Iraq. In questo periodo egli era considerato un erudito giovane studioso, e il suo maestro Muhammad al-Mujmui, concesse ai propri figli di studiare con lui. A Bassora probabilmente incontrò studiosi del ramo rivale dell’Islam quello shi’ita, che egli aveva denunciato in un trattato. Ma la sua disputa non era in primo luogo con l’Islam shi’ita e le confraternite sufi che egli più volte aveva criticato. Piuttosto essa era motivata soprattutto dalla sua strenua difesa del principio del tawhid ovvero dell’Unicità di Dio. Egli ripudiò la fede in qualsivoglia idolo, e si rifiutò sempre di associare qualsiasi oggetto terreno con il divino. Espulso da Basra per le sue idee radicali fece ritorno nella sua città natale e poi a Al-Ahsa ed infine a Huraymila dove suo padre aveva preso residenza.

Ad HuraymilaIbnʿAbd al-Wahhab scrisse il più noto dei suoi 15 trattati, Kitab al Tawhid, il Libro dell’Unicità Divina il quale recentemente è stato distribuito dai miliziani dello Stato Islamico ad al-Bab nel Governatorato di Aleppo. Fu in questo periodo che egli iniziò ad attirare un gran numero di sostenitori, e due tribù locali unirono le proprie forze per accettarlo come leader religioso. Egli si fece anche un pari numero di detrattori. Alcuni di essi organizzarono un tentativo di assassinarlo che tuttavia fallì. Ancora una volta, fece ritorno nella sua città natale al-Uyaynah. IbnʿAbd al-Wahhab trovò protezione militare da parte del sovrano locale Uthmanibn Hamid ibn Muammar. L’alleanza avrebbe prefigurato in seguito la collaborazione di IbnʿAbd al-Wahhab con Muhammad ibn Saud, il fondatore dell’Arabia Saudita, che avrebbe portato a IbnʿAbd al-Wahhab nuovo potere e influenza. È stato durante questo periodo che egli intraprese azioni controverse progettate per offrire dimostrazioni pratiche delle sue convinzioni. La prima ha riguardato un gruppo di alberi che gli abitanti di al-Uyaynah consideravano sacri e investiti di poteri magici. La popolazione del luogo era solita appendere ai rami degli alberi degli oggetti, nella speranza che essi avrebbero portato loro benedizioni e fortuna. Secondo IbnʿAbd al-Wahhab ciò era un’insopportabile violazione del principio del tawhid secondo il quale le benedizioni potevano venire solo da Dio. Egli e i suoi seguaci abbatterono l’intero bosco degli alberi sacri, con IbnʿAbd al-Wahhab stesso che prese una scure per tagliare l’albero più venerato da tutti.

In seguito il predicatore e i suoi seguaci non se la presero più con le superstizioni popolari ma con le icone dello stesso Islam, come il monumento costruito sopra la tomba di Zayd ibn al-Khattab, compagno del Profeta e fratello di Omar al-Khattab il secondo dei califfi ben guidati. IbnʿAbd al-Wahhab era preoccupato per l’attaccamento del popolo a quel monumento e chiese a ibn Muammar una guarnigione di seicento uomini per distruggerlo. Sempre durante la sua permanenza ad al-Uyaynah incontrò una donna che gli confessò di aver commesso adulterio. Egli senza esitazione ordinò che fosse lapidata a morte. Come risultato di tali eventi e a causa della crescita della sua influenza, gli studiosi islamici di al-Uyaynah imbastirono una campagna contro di lui. Le loro accuse, fra le quali quella di adottare la violenza contro tutti quelli che non avessero accettato la sua interpretazione dell’Islam, giunsero alle orecchie del leader della potente tribù locale dei Bani Khalid, che chiese al protettore di IbnʿAbd al-Wahhab, ibn Muammar di ucciderlo o esiliarlo dalla regione. IbnʿAbd al-Wahhab disse a ibn Muammar che ciò rappresentava una prova della fede, ma alla fine ibn Muammar si arrese e mandò IbnʿAbd al-Wahhab nel deserto con un paio di cavalieri con il compito di ucciderlo, ma essi alla fine non lo fecero. Quando Muhammad ibnʿAbd al-Wahhab giunse ad al-Dyriah, vicino Riyadh, la Penisola arabica era in gran parte sotto il controllo degli ottomani. Il sultano di Istanbul, che si proclamava «custode dei luoghi santi», controllava infatti a ovest l’Hejaz con le due città di Mecca e Medina (su cui ufficialmente regnava però lo sceriffo Hashemita) e a est la regione Hofuf, con le sue grandi oasi. Il resto dell’Arabia orientale era controllato dagli shaykhdei Bani Khalid e del Kuwait, mentre nel sud della penisola (ʿAsīr, Yemen, Mascat) e al di là delle distese desertiche del Rubal-Khali, dominavano imam e sultani prevalentemente di fede shi’ita. L’Arabia Centrale (Nejd) era invece caratterizzata dalla presenza di emirati in rapporto di alleanza o conflitto con le tribù beduine, o con le loro fazioni. Dopo che la sua predicazione rigorista aveva fatto proseliti riuscì a ottenere di essere presentato a Muhammad ibnSaud, il fondatore della Casa Saud che ha unificato la nazione dell’Arabia Saudita e la continua a governare attualmente.

L’alleanza tra l’emiro e il predicatore (che morì nel 1792) fu suggellata da un patto non molto diverso da quello che il Profeta Muhammad aveva contratto undici secoli prima con gli abitanti di Medina dopo il suo trasferimento (hijra) dalla Mecca in questa città (622). Muhammad ibnʿAbd al-Wahhab disse a Muhammad ibnSaud che se avesse tenuto fede alla «dottrina dell’unicità di Dio» (al-da’wah ila al tauhid) avrebbe avuto il potere su uomini e territori. Così fece l’emiro, promettendo al predicatore che egli avrebbe intrapreso un jihad per l’affermazione del vero Islam. Questo patto doveva rimanere valido per oltre due secoli, e i destini delle due discendenze, quella degli Ahl al-Saud e quella degli Ahl al-Shaykh (dall’appellativo al-Shaykh con cui è conosciuto in Arabia Muhammad ibnʿAbd al-Wahhab), furono, da quel momento indissolubilmente legati. A partire da allora l’emirato saudita andò espandendosi velocemente sia grazie alla forza militare che al sempre crescente numero di proseliti che affluivano nella capitale al richiamo della predicazione di Muhammad ibnʿAbd al-Wahhab, e alle sostanze derivanti dal bottino di guerra strappato agli «infedeli», beduini nomadi o sedentari poco propensi a unirsi all’emiro nel suo jihad. Gli al-Saud, riprendendo la dottrina di Muhammad ibnʿAbd al-Wahhab, potevano fare quello che avevano sempre fatto, ovvero razziare i villaggi vicini e impossessarsi dei loro beni. Solo che ora avevano una legittimazione religiosa per farlo. La strategia dell’emiro – come quella del IS oggi – consisteva nel sottomettere i popoli conquistati, mirando a installare loro terrore. Costoro non avevano molta scelta: la conversione al wahhabismo o la morte.

Muhammad ibnSaud morì nel 1765 e sotto suo figlio Abd al-Aziz il potere e la ricchezza del clan degli al-Saud crebbe notevolmente. Nel 1790, la tribù aveva il controllo della maggior parte della penisola arabica e compì razzie ripetutamente a Medina, in Siria e in Iraq.Nel 1801 i guerrieri del deserto attaccarono la città santa di Karbala in Iraq massacrando migliaia di shi’iti, donne e bambini inclusi. Molte reliquie shi’ite, tra cui quella dell’Imam Hussein, nipote assassinato del Profeta  Muhammad furono distrutte. L’ufficiale britannico Francis Warden, osservando la situazione dell’epoca scrisse: «Hanno devastato l’intera città di Karbala e profanato la tomba di Hussein, massacrando oltre cinquemila abitanti in una sola giornata, con particolare crudeltà». Nel 1803 i sauditi-wahhabiti giunsero a minacciare le città sante della Mecca e Medina, allora sotto il dominio ottomano, e solo l’intervento del pascià d’Egitto il turco-albanese Muhammad Ali, poté stornarli dall’occupare i santuari dell’Islam. Questa sconfitta fece momentaneamente declinare la stella del Wahhabismo. Nel giro di un secolo e mezzo, pur tra alterne vicende, ed essendo stato sul punto di essere completamente cancellato dagli ottomani nella prima metà dell’Ottocento, l’emirato saudita (che dal 1824 aveva per capitale Ryadh), crebbe progressivamente. Nella seconda metà del XIX secolo, tuttavia, indebolitosi in seguito a lotte interne, l’emirato cadde sotto il controllo degli al-Rashid di Ha’il, anch’essi convertitisi al Wahhabismo. Quando Abd al-AzizIbnSaud, discendente in linea diretta del primo emiro di al-Dyriah, riconquistò Ryadh ai Rashid nel 1902, finiva un’era, ma il sodalizio tra gli al-Saud e gli al-Shaykh, via via consolidatosi nel tempo attraverso una fitta serie di matrimoni, era ora in grado di dispiegare, anche grazie al mutato contesto internazionale, gli effetti dirompenti, e al tempo stesso problematici, della fusione di politica e religione.

Dopo la conquista di Ryadh, Abd al-Aziz IbnSaud intraprese un lungo e paziente lavoro di consolidamento interno, attivando tutti i mezzi a sua disposizione per condurre le tribù beduine e sedentarie sotto la sua piena sovranità. Tali mezzi furono la politica matrimoniale condotta dallo stesso Abd al-Aziz nei confronti dei gruppi sottomessi o alleati, la politica della redistribuzione delle risorse presso le popolazioni nomadi e sedentarie dell’emirato e, infine, l’applicazione della dottrina wahhabita nella conduzione degli affari interni. Riguardo alla politica matrimoniale, Abd al-Aziz sfruttò il principio islamico per cui a un uomo è consentito di essere sposato con quattro donne alla volta. Egli infatti si sposò e divorziò in rapida successione un praticamente incalcolabile numero di volte, ratificando in tal modo rapporti di alleanza con gruppi e tribù differenti. I figli avuti da questi matrimoni costituivano il cemento delle alleanze, ma i gruppi che entravano nella rete delle strategie matrimoniali di Abd al-Aziz restavano dipendenti dalla concessione di risorse e benefici suscettibili di essere revocati in qualunque momento. La restaurazione dell’emirato wahhabita del Nejd comportò infatti l’adozione dei modelli redistributivi tipici di formazioni politiche di questo genere. Il sodalizio stabilitosi nel 1744 tra l’emiro saudita e il fondatore del Wahhabismo fu un elemento che aveva sempre consentito agli al-Saud di mobilitare sedentari e beduini nel segno del jihad. Dopo la riconquista di Ryadh (1902), la lotta contro i Rashid di Hail entrò nella fase decisiva e Abd al-AzizIbnSaud, con la collaborazione degli al-Shaykh, ossia i discendenti di Muhammad ibnʿAbd al-Wahhab, ritenne fosse giunto il momento di far ricorso nuovamente a questo strumento. Infatti l’adesione al Wahhabismo non era, di per sé, sinonimo di sottomissione all’emirato saudita. Molte tribù nomadi e sedentarie, benché convertitesi in passato al movimento riformatore, erano ben lungi dal sentirsi in dovere di far parte dell’emirato che di tale riforma si era fatto il più convinto assertore.

Nel 1913 Abd al-Aziz si lanciò alla riconquista dei territori (compreso quello della Mecca) che avevano fatto parte agli inizi del XIX secolo dell’emirato saudita quando era all’apice della sua potenza. Egli riuscì ad espellere gli ottomani dalle oasi di al-Hasa, e in ciò non fu di poco peso l’entrata in campo di una nuova forza militare, l’Ikhwan. Costituito nel 1913 con l’appoggio pieno dei religiosi, l’Ikhwan(«fratellanza») aveva lo scopo di mobilitare quanti erano disposti a sostenere la causa degli al-Saud nel segno del jihad. Essi erano la reincarnazione di quel movimento feroce e semi-indipendente, dei “moralisti” wahhabiti, armati, che quasi erano riusciti a conquistare l’Arabia nei primi anni del XIX secolo. Grazie al contributo di tali spietati guerrieri Abd al-Aziz riuscì a conquistare La Mecca, Medina e Jedda tra il 1914 e il 1926. Tuttavia l’Ikhwannon era un movimento facile da controllare. Alcuni dei capi tribali che avevano aderito ad esso mostrarono la tendenza a comportarsi autonomamente, svincolati dall’obbedienza ad Abd al-Aziz. Costui fu infatti spesso costretto a ricorrere alla forza per stroncare le velleità autonomistiche di questi leader, ma soprattutto dovette far ricorso all’aiuto degli ulama di provata fede (e spesso discendenza) wahhabita, i quali con i loro «pareri» (fatwa) furono chiamati più volte a condannare i «secessionisti» e a rafforzare al tempo stesso l’autorità di Abd al-Aziz. Per il sovrano le semplici verità degli scorsi decenni erano state intaccate. Nella penisola era stato scoperto il petrolio. Gran Bretagna e Stati Uniti corteggiavano Abd al-Aziz, ma si dimostravano ancora inclini ad appoggiare lo Sceriffo Hussain come unico legittimo re di Arabia. I sauditi avevano bisogno di sviluppare una posizione diplomatica più sofisticata. Il principale ostacolo a tale progetto era lo zelante puritanesimo degli Ikhwan– i quali si erano spinti sino ad attaccare gli «infedeli» anche in Mesopotamia e in Siria – cosa che irritò non poco Londra e che convinse le gerarchie saudo-wahhabite a porre fine allo zelo dei capi Ikhwan, che con il loro atteggiamento troppo radicale rischiavano di compromettere i successi ottenuti fino ad allora. Fu così che tra il 1929 e il 1930 il Re li fece abbattere a colpi di mitragliatrice.

Il Wahhabismo subì una trasformazione forzata: da movimento di rivoluzione jihadista e di purificazione teologica a movimento di conservazione sociale, politica e ideologica nei confronti della famiglia reale saudita. Con l’avvento della manna del petrolio – come lo studioso Gilles Kepel riporta – gli obiettivi sauditi si incentrarono nel «diffondere e divulgare il Wahhabismo all’interno del mondo musulmano», riducendo quindi la «moltitudine di voci all’interno della religione» ad unico credo. Miliardi di dollari furono investiti – e lo sono tuttora – in questa manifestazione del soft power. L’approccio Ikhwan dei sauditi nei confronti dell’Islam non si è spento tuttavia con la grande mattanza degli anni ’30. È, sì, indietreggiato, ma pur sempre mantenendo il controllo su alcune parti del sistema – da qui deriva il dualismo che ancora oggi si osserva nell’atteggiamento saudita verso l’IS. Il Daesh infatti è profondamente wahhabita, anzi rappresenta un ritorno alle origini dell’iniziale progetto saudita-wahhabita, una sorta di nuovi zelanti ikhwan che non esitano a spargere il sangue di chiunque si trovi sulla loro strada. Il che lo rende molto pericoloso.

DI GABRIELE REPACI - 20 NOVEMBRE 2015

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/


Persepolis - Italiano




«Non voglio farti la predica, ma ti do un consiglio che ti servirà per sempre. Nella vita, conoscerai molti stronzi. Se ti feriscono, pensa che è la stupidità che li spinge a farti del male: ti eviterà di ripagarli con la stessa moneta. Perché non c'è niente di peggio al mondo del rancore e della vendetta. Resta sempre integra e coerente con te stessa.»
Persepolis - La nonna a Marjane

Persepolis è un film d'animazione del 2007, candidato all'Oscar, basato sull'omonima graphic novel autobiografica. Il film è stato scritto e diretto da Marjane Satrapi, l'autrice delle memorie, e da Vincent Paronnaud. Il titolo è un riferimento all'antica città storica di Persepoli.
La storia, un romanzo di formazione, inizia poco prima della Rivoluzione iraniana, mostrando attraverso gli occhi di Marjane, che inizialmente ha nove anni, come le speranze di cambiamento della gente furono infrante lentamente quando presero il potere i fondamentalisti islamici, obbligando le donne a coprirsi la testa, riducendo ulteriormente le libertà della popolazione e imprigionando migliaia di persone. La storia si conclude con Marjane, ormai ventiduenne, che espatria.
Il film ha vinto il Premio della giuria al Festival di Cannes 2007 ed è stato distribuito in Francia ed in Belgio il 27 giugno 2007, mentre in Italia è uscito nelle sale il 29 febbraio 2008.


sabato 21 novembre 2015

Le origini del caos arabo



Perché il Medio-Oriente è così rovente? Un passo indietro dall'attualità nella Storia per comprendere il presente.
   
«Non c’è nulla oggi nella nostra vita privata o pubblica che non sia direttamente o indirettamente influenzato da qualche movimento umano proveniente da questa zona».
Mark Sykes

L’inverno del 1915 non vide, come già il precedente, la fine della Grande Guerra. Il secondo Natale al fronte non presentava grandi novità: le trincee correvano su tutto il Vecchio Continente, Parigi era ancora sotto la minaccia delle armate del Kaiser, in Galizia i soldati russi e austriaci morivano a migliaia per il freddo, mentre le forze italiane sognavano Trieste e Trento sulle cime delle Alpi.

Chi non risentiva delle condizioni meteo era la diplomazia europea. Il lavorio delle cancellerie, che già aveva trascinato il mondo alle armi nel tragico luglio 1914, aveva ora come obiettivo la pianificazione del nuovo ordine mondiale: la Vittoria non poteva certo tardare, e per quel tempo trovarsi senza una linea d’azione sarebbe stato quantomeno imprudente.
Si spartivano dunque territori, si cambiavano nomi, si assoggettavano colonie smembrando imperi e stati nemici, in un risiko gigantesco quanto tragico. Tra questi divertissement  geopolitici risalta, per la sua importanza nelle sorti future del Medio Oriente e del mondo Arabo, l’accordo Sykes-Piquot, del marzo 1916.

Dato per scontato il trionfo dell’Intesa sul debole e decadente Impero Ottomano, Francia e Regno Unito s’accordarono, insieme alla Russia, per spartire i territori del Sultano in tre zone d’influenza. L’alleata Italia fu completamente ignorata, nonostante avesse anch’essa numerose ambizioni nel bacino orientale del Mediterraneo. In segreto venne deciso il destino di milioni di arabi, desiderosi di affrancarsi dall’odiato dominio turco e unirsi in un unico regno indipendente. Le illusioni panarabe, foraggiate dall’Intesa in chiave anti-ottomana, vennero demolite dalla spartizione franco-inglese della Mesopotamia e del Vicino Oriente, così determinate: Siria, Libano, la parte superiore dell’Irak e il confine meridionale turco alla Francia; tre quarti dell’Irak, la Giordania e la Palestina all’Inghilterra.

Del famoso regno arabo indipendente nessuna traccia. Come se non bastasse, col successivo atto inglese dell’anno seguente (Dichiarazione Balfour), veniva dato il via all’insediamento sionista in Palestina, aprendo la via al dramma palestinese. Nessuna considerazione delle aspirazioni locali, nessun rispetto delle tradizioni e della Storia: il lato più becero dell’imperialismo europeo si manifestava in tutta la sua tragica stupidità e arroganza.

Londra e Parigi, che già si erano spartite l’Africa e l’Estremo Oriente, entrarono in possesso di questi vasti e importantissimi territori, ricchi di risorse energetiche, vere cerniere strategiche tra Asia e Europa, Mediterraneo e Oceano Indiano.

Ai tavoli di Versailles, una volta finita la guerra, lo sbandierato principio di autodeterminazione dei popoli, utile a mutilare la vittoria italiana, non fu applicato per le grandi potenze. Con lo strumento fittizio dei mandati la Società delle Nazioni avallava l’asservimento coloniale sancito dagli accordi del 1916.

Dovrà venire un’altra guerra mondiale per affrancare questi popoli dal dominio economico-militare anglo-francese, definitivamente esautorato con le grandi nazionalizzazioni petrolifere degli anni Sessanta, quando il socialismo arabo sembrava finalmente permettere l’unione, nel segno della laicità e della giustizia sociale, del proprio mondo.

Cessata quella splendida ma effimera stagione, il fondamentalismo islamico, le responsabilità occidentali, la povertà e la miseria hanno nuovamente infiammato quella martoriata regione, che – è bene ricordarlo –  ha dato tanto alla civiltà umana.

DI ANTONIO MARTINO - 19 NOVEMBRE 2015


Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/

venerdì 20 novembre 2015

DA ALLORA CI SARANNO 16 COSE CHE I LIBICI NON VEDRANNO MAI PIÙ


Il 30 marzo del 2011 la NATO prendeva il commando di tutte le attività militari dei paesi aderenti alla guerra contro la Libia.

DA ALLORA CI SARANNO 16 COSE CHE I LIBICI NON VEDRANNO MAI PIÙ

1 – Non vi è alcun bolletta elettrica in Libia; l’elettricità è gratuita per tutti i cittadini.

2 – Non vi è alcun interesse sui prestiti, le banche in Libia sono di proprietà dello Stato e i prestiti concessi a tutti i suoi cittadini hanno, a norma di legge, lo zero percento di interesse.

3 – Avere una casa è considerato un diritto umano in Libia.

4 – Tutti i novelli sposi in Libia ricevono  60 mila dinari (US $ 50.000) da parte del governo per acquistare i loro primo appartamento contribuendo così all’avvio della famiglia.

5 – Istruzione e cure mediche sono gratuite in Libia. Prima di Gheddafi solo il 25 per cento dei libici erano alfabetizzati. Oggi, la cifra è dell’83 per cento.

6 – Se un libico volesse intraprendere una carriera agricola, riceverebbe terreni agricoli, una casa in campagna, attrezzature, sementi e bestiame per avviare la propria attività, il tutto gratuitamente.

7 – Se i libici non fossero riusciti a trovare il sistema medico o scolastico di cui avessero avuto bisogno (in Libia), ci sarebbero stati dei fondi governativi per andare all’estero e non solo, avrebbero ottenuto mensilmente US $ 2.300 / al mese per indennità di alloggio e auto.

8 – Se un libico compra una macchina, il governo sovvenziona il 50 per cento del prezzo.

9 – Il prezzo del petrolio in Libia è di $ 0,14 per litro.

10 – La Libia non ha un debito estero e le sue riserve monetari sono pari a $ 150 miliardi (ora congelate).

11 – Se un libico non è in grado di trovare lavoro dopo la laurea lo stato paga l’equivalente dello stipendio medio per la professione. (ciò vale anche per le professioni per cui non serve una laurea)

12 – Una parte degli introiti derivanti dalla vendita del petrolio libico viene accreditato direttamente sui conti bancari di tutti i cittadini libici.

13 – Una madre che dà alla luce un bambino riceve 5.000 dollari USA.

14 – 40 pagnotte di pane in Libia costano $ 0,15.

15 – Il 25 per cento dei libici è laureato.

16 – Gheddafi rese possibile il più grande progetto mai sperimentato al mondo di irrigazione, conosciuto come il Great Manmade River project, al fine di rendere disponibile più facilmente l’acqua nella regione desertica.

Fonte: http://www.veja.it/2015/04/08/da-allora-ci-saranno-16-cose-che-i-libici-non-vedranno-mai-piu/

La crisi della Siria spiegata in 10 minuti e 15 mappe




Che cosa accade esattamente in Siria? 
Cosa spinge a far fuggire gli oltre quattro milioni di profughi? 

Analizzando la storia della zona possiamo capirlo molto meglio.


Gli attentati di Parigi riportano di grande attualità questo video virale realizzato all’interno del progetto #whymaps. L’animazione riassume in una manciata di minuti i motivi storici che hanno portato all’attuale crisi siriana e soprattutto gli interessi economici e strategici che ruotano attorno a quei territori affacciati sul Mar Mediterraneo. Un’analisi sicuramente non esaustiva e approfondita, ma che vale sicuramente la pena di seguire fino alla fine per avere una più chiara idea di come si sia arrivati all’attuale crisi. ‪#‎WithSyria‬

mercoledì 18 novembre 2015

Più li bombardiamo più ci colpiscono


Non ci siamo preparati. Decenni di cosiddetto benessere ci hanno infiacchiti, indeboliti, rammolliti, svirilizzati. Le reazioni agli attentati di Parigi sono state isteriche o grottesche. Quando si grida, come ha fatto ripetutamente Hollande, che non si ha paura vuol dire solo che si ha paura.
   
Più continueremo a bombardare l’Isis, con caccia irraggiungibili e droni senza pilota, più l’Isis porterà la guerra in Europa con i mezzi che, da noi, gli sono possibili: gli attentati terroristi e kamikaze. A me pare talmente evidente che l’ho scritto più volte su questo giornale. Non c’è bisogno di uno stratega militare. In uno dei comunicati dopo gli attentati di Parigi l’Isis ha affermato: “La Francia manda i suoi aerei in Siria, bombarda uccidendo i nostri bambini, oggi beve dalla stessa coppa”. È una logica, tremenda, ma è una logica. Che riguarda entrambe le parti. Perché noi vediamo, rabbrividendo, i nostri morti, ma non vediamo i loro. Sono almeno quindici anni che siamo in guerra contro i Paesi musulmani, ma non ce ne siamo accorti perché, in Europa, la guerra ci ha toccati in anni ormai lontani e dimenticati (attentati ai treni a Madrid nel 2004 e alla metropolitana a Londra nel 2005) o, più recentemente, per episodi circoscritti e limitati (Charlie Hebdo e supermercato ebraico). Così abbiamo continuato a vivere la nostra vita come se quelle guerre non ci riguardassero.

Gli attentati di venerdì a Parigi sembrano meno mirati di quelli di un anno fa al settimanale francese, invece, in un certo senso, lo sono di più. Colpendo una discoteca, ristorantini alla moda, lo stadio di calcio, cioè i luoghi dei nostri divertimenti, è come se i jihadisti ci dicessero: adesso avete finito di divertirvi mentre noi, a causa vostra, moriamo. E noi dobbiamo accettare lo scandalo, da cui la superiorità tecnologica ci aveva tenuti lontani, che la guerra, la vera guerra, organizzata, sistematica e non episodica, può entrare nei nostri territori. Ma non ci siamo preparati. Decenni di cosiddetto benessere ci hanno infiacchiti, indeboliti, rammolliti, svirilizzati. Le reazioni agli attentati di Parigi sono state isteriche o grottesche. Quando si grida, come ha fatto ripetutamente Hollande, che non si ha paura vuol dire solo che si ha paura. E infatti sono bastati tre petardi per mandare i parigini nel panico. Si combatte il nemico illuminando i monumenti con i colori della Francia o spegnendo le luci della Tour Eiffel o della fontana di Trevi o cantando, come ha fatto Madonna, sciogliendosi in lacrime, Like a Prayer.

Ma questa non è più un’epoca di Beatles, di Rolling Stones e Gianni Morandi. Cerchiamo di salvarci l’anima portando dei fiori sui luoghi degli attentati, commuovendoci della nostra commozione. Cerchiamo almeno di essere più seri e composti. La forza dell’Isis sta nella nostra debolezza. Di là uomini con valori fortissimi, sbagliati che siano, disposti ad andare a morire con la disinvoltura con cui si accende una sigaretta, di qua una società svuotata di ogni valore, a cominciare dal coraggio. L’errore capitale degli occidentali, in particolare degli americani e dei francesi, sempre ammalati di una ridicola gran – deur, è stato quello di andare a mettere il dito, o per essere più precisi i bombardieri e i droni, in una guerra civile, quella fra sunniti e sciiti, iracheni e siriani, che peraltro noi stessi avevamo provocato abbattendo Saddam Hussein, di cui eravamo stati surrettiziamente alleati in funzione anticurda e antiiraniana. E oggi a combattere sul campo non ci andiamo noi ma ci affidiamo proprio ai curdi, del cui massacro siamo stati complici, e ai pasdaran dell’Iran uscito improvvisamente da quell’“As s e del Male” in cui era stato ficcato, non si è mai capito bene perché, per trent’anni. Se i francesi vogliono recuperare un minimo di decenza, invece di continuare a bombardare più o meno alla cieca, mandino i loro soldati sul terreno. Anche se temo che sarebbe una nuova Dien Bien Phu.

Detto questo io penso che in realtà non ci sia solo la religione nella guerra che l’Isis combatte in Medio Oriente. È anche il tentativo di ridefinire confini disegnati soprattutto dagli inglesi fra il 1920 e il 1930. Tentativo più che legittimo in cui, appunto, noi occidentali non avremmo dovuto entrare. Ma c’è anche una lettura più inquietante che si può dare di ciò che sta accadendo in Medio Oriente, nell’Africa subsahariana e in Occidente. Potrebbe essere il tentativo dei poveri dei Paesi poveri del Terzo mondo di muover guerra, con le armi e con le migrazioni, ai Paesi ricchissimi ma squartati all’interno da disuguaglianze spaventose. Se questa ipotesi fosse vera ai poveri del Terzo mondo potrebbero aggiungersi, prima o poi, marxianamente, quelli del Primo mondo. E questo immenso mare di miseria finirebbe per sommergere e decretare la fine di quello che chiamiamo Occidente.

DI MASSIMO FINI - 18 NOVEMBRE 2015

Fonte: Il Fatto Quotidiano.it

martedì 17 novembre 2015

Obsolescenza programmata

Vi siete mai chiesti perché certi giocattoli si rompono subito? Perché è così faticoso trovare pezzi di ricambio per un elettrodomestico? Perché il computer che avete in casa dopo pochi mesi è già diventato un pezzo da museo? La risposta è più semplice di quanto, forse, immaginate e si racchiude in appena due parole: obsolescenza programmata. Significa che vi sono prodotti che vengono progettati e costruiti per durare poco, rompersi in fretta ed essere così continuamente sostituiti. Il ragionamento è impietoso ma chiaro: sembra che il sistemo economico-monetario che regola la nostra società stia in piedi solo se si continua a "consumare" senza sosta e per avere la certezza che ciò avvenga occorre creare il "bisogno", la "necessità". Quindi, cosa c'è di più efficace del mettere a disposizione dei consumatori oggetti pensati e realizzati per durare poco, in modo che vengano costantemente ricomprati?

La storia delle cose

Annie Leonard espone in modo diretto ed efficace importanti problematiche all'ordine del giorno, che riguardano l'attuale sistema di produzione delle cose basato sul consumismo più esasperato e le catastrofiche conseguenze che ne derivano a livello planetario.

Palestina, Capire il torto, di Paolo Barnard - Completo

Storia del sionismo. 

Solo quando l'opinione pubblica occidentale saprà cosa è accaduto in Palestina dal 1897 al 1951, capirà di chi è il grande torto nel conflitto - capirà che il Grande Terrorismo è israeliano, e che il terrorismo palestinese è REAZIONE a decenni di orrori sionisti - capirà che i palestinesi hanno RAGIONE, e che la loro reazione di violenza è oggi solo esasperazione convulsa per tanta indicibile ingiustizia. E l'opinione pubblica occidentale a quel punto fermerà il conflitto.
Ma all'opinione pubblica occidentale nessuno mai racconta cosa è accaduto in Palestina dal 1897 al 1951.

Paolo Barnard