11/03/15

70 anni dopo, può ancora accadere

La notte tra il 9 e il 10 marzo del 1945 l’esercito Usa scatenò l’inferno su Tokyo, sganciando 250 tonnellate di bombe e uccidendo 672.000 persone.  Appunti per una lezione di storia

“Possiamo meglio aiutarvi a evitare la Guerra non ripetendo le vostre parole e non seguendo i vostri metodi, ma cercando nuove parole e nuovi metodi” Virginia Woolf


La notte tra il 9 e il 10 marzo del 1945 il generale Curtis LeMay, capo del Ventunesimo Comando Aereo bombardieri statunitense, scatenò sulla scena del Pacifico un nuovo tipo di inferno tutto americano, mettendo sotto assedio la città di Tokyo.
Gli edifici in legno densamente abitati della città furono colpiti da 1.665 tonnellate di bombe incendiarie. LeMay ricordò più tardi che alcuni degli esplosivi furono mescolati con bombe incendiarie per demoralizzare le squadre antincendio (furono ridotti in cenere 96 camion di pompieri e morirono 88 pompieri).
Un medico giapponese ricorda “un numero infinito di morti” che galleggiava sul fiume Sumida. Quei corpi era “neri come carbone” e impossibili da identificare. In una sola notte ci furono 85.000 morti, 40.000 feriti e un milione di senzatetto. Questo fu solo il primo di una serie di bombardamenti che sganciarono 250 tonnellate di bombe per ogni metro quadro, distruggendo il 40 per cento della superficie delle 66 città sulla ‘lista nera’ (comprese Hiroshima and Nagasaki).
Secondo il progetto, l’area dell’attacco di Tokyo era per l’87,4 per cento zona residenziale, e si calcola che nel giro di sole sei ore morirono in un incendio più persone di quanto fosse mai accaduto prima nella storia dell’umanità. Sì, avete letto bene: il progetto prevedeva che l’87,4 per cento dell’area dell’attacco di Tokyo era zona residenziale.
Alla superficie, la temperatura raggiunse i 1.800 gradi Fahrenheit. Le fiamme che si produssero dagli incendi erano visibili da duecento miglia di distanza. A causa del calore intenso, le acque dei canali iniziarono a bollire, i metalli si fusero e gli esseri umani bruciavano spontaneamente.
A maggio del 1945, il 75 per cento delle bombe sganciate su Tokyo erano incendiarie. Time Magazine e simili scrissero così: “Accese per benino, le città giapponesi bruceranno come foglie d’autunno”. La campagna di bombardamenti americani causò la morte di 672.000 persone, per la maggior parte civili. Sì, avete letto bene: la campagna di bombardamenti statunitense causò la morte di 672.000 persone, per la maggior parte civili.
Radio Tokyo definì quella tattica “bombardamento-strage” e la stampa giapponese dichiarò che con quegli attacchi aerei “l’America aveva rivelato la sua vera natura barbarica… un tentativo di eliminazione di massa di donne e bambini… L’azione degli Stati uniti d’America è ancora più deprecabile se si considera quanto essa si vanti sempre a gran voce della  sua vocazione umanitaria e idealistica… Nessuno si aspetta che la guerra non sia un fatto brutale, ma gli Usa l’hanno sistematicamente e gratuitamente trasformata in un orrore infinito che miete vittime innocenti”.
Invece di smentire, un portavoce del Quinto Comando Aereo definì “l’intera popolazione del Giappone un giusto obiettivo militare”. Il colonnello Harry F. Cunningham spiegò senza mezzi termini la politica statunitense: “Noi militari non giochiamo a boxe e non organizziamo pic-nic della domenica. Noi facciamo la guerra, e facendola usando tutti i mezzi possibili, salviamo molte vite statunitensi, abbreviamo quell’agonia che la guerra stessa rappresenta e cerchiamo di raggiungere una pace duratura.  Noi intendiamo stanare e distruggere il nemico ovunque egli (o ella) sia, in numero più alto possibile e nel minor tempo possibile. Per noi, in Giappone non ci sono civili”.
La mattina del 6 agosto del 1945, prima che scoppiasse la bomba di Hiroshima, un titolo sulla prima pagina dell’Atlanta Constitution diceva: “Pioggia di fuoco di 580 B-29 su altre quattro città della lista nera”.
Ironicamente, il successo degli attacchi aerei di Curtis LeMay aveva effettivamente eliminato Tokyo dalla lista dei possibili obiettivi delle bombe. Non c’era più niente da bombardare. LeMay divenne poi, dal 1961 al 1965, Capo di Stato Maggiore delle forze aeree statunitensi e immortalò se stesso dichiarando che voleva “ricacciare a suon di bombe il Vietnam del Nord all’Età della Pietra”; nel 1968 fu anche candidato vice presidente con George Wallace, dichiarato segregazionista.
Quando gli fu chiesto quale fu il suo ruolo nel bombardamento di Tokyo del 1945,  LeMay disse: “Credo che se avessimo perso la guerra, sarei stato processato e condannato come criminale di guerra. Per fortuna siamo stati noi i vincitori”.
Gli uomini che idearono e portarono a termine l’orrendo attacco descritto sopra sono oggi considerati parte della “Grande Generazione” di questo paese. Se dovessimo definirli correttamente, questi uomini non sono che terroristi.
Non dimenticatelo: tutto questo può ancora accadere.
#shifthappens
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* Mickey Z, ovvero Michael Zezima, è scrittore ma anche giornalista e fotografo, e vive a New York. Autore di oltre dieci libri, tra quelli tradotti in Italia «Salvate Il Soldato Potere: I falsi miti della Seconda Guerra Mondiale» (Il Saggiatore). Chiunque desideri sostenere i suoi sforzi da pensatore critico, da sempre impegnato con i movimenti sociali, può farlo con una donazione qui. Comune è il sito in Italia al quale invia periodicamente i suoi articoli. Questo articolo, tradotto da Skoncetata63 per Comedonchisciotte.org, è apparso (con il titolo 68 Years Ago: Greatest Generation Firebombs Tokyo (What We’re Up Against) per la prima volta nel 2013 su Countercurrents.org. Altri articoli di Zezima sono qui

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